Actions

Work Header

"Yes, I do." (Or How to Fall in Love in Vegas in 30 Days.)

Summary:

La vita di Penelope sta per essere sconvolta. Dopo anni di attesa, è finalmente pronta a sposare Gabriel, l’uomo che ama. Tutto sembra perfetto, finché un imprevisto non rovina tutto. Al momento di depositare i documenti per il matrimonio, scopre con shock che risulta già sposata.

A Las Vegas, ha sposato un uomo di cui non ha alcun ricordo. Un dettaglio che cambia completamente la sua realtà.
È Penelope Bridgerton da tre anni e mezzo.

Chapter 1: Till death do us apart... wait, what?!

Chapter Text

 



 

 

 

 

 

 

 

1 .

 

Finché morte non ci separi... Aspetta, cosa?!
 


 

 

Al loro matrimonio mancavano esattamente trentadue giorni. Contava quei momenti come se ne andasse della propria vita, ma non poteva farci nulla: era felice.

Sposarsi non era mai stato davvero nei suoi sogni, almeno fino a che non aveva iniziato a notare che gli anni passassero e nessuno desiderava averla al suo fianco per sempre.

Per l'amore di Dio! Aveva trentatré anni, se non adesso, quando? Era già molto in ritardo rispetto alle sue amiche, alle sue sorelle, a tutte quante. Stava invecchiando e con lei anche la possibilità di avere dei figli. Checché se ne dicesse, almeno uno era nei suoi progetti.

E aveva atteso quasi tre anni della sua vita affinché arrivasse quella maledetta proposta di matrimonio. Un uomo bellissimo era entrato nella sua vita di soppiatto e con tutta la calma del mondo era diventato il suo partner a vita. Ci aveva impiegato troppo a chiederglielo, un no non era nemmeno contemplato.

Gabriel la guardava sorridente, tenendole una mano per farsela afferrare. Sembravano felici, come mai entrambi lo erano stati.

Edwina e Sophie, le sue migliori amiche, non facevano altro che prenderla in giro per quel suo modo trasognato di guardarlo. Ma che poteva farci? Aveva aspettato così tanto il suo principe azzurro, che adesso stentava a credere fosse suo e fosse arrivato proprio nel momento in cui pensava ne avesse più bisogno.

“Allora tesoro, sei pronta?” chiese lui raggiante. Era tutto fossette e occhi luccicanti. Era davvero un ragazzo adorabile, non avrebbe potuto trovare nessuno più adatto a lei.

Penelope prese un grosso respiro, poi lo guardò negli occhi con una rinnovata sicurezza. “Sì, sono più che pronta” mormorò con le labbra accartocciate in un sorriso.

Avevano rimandato quel momento anche per troppo tempo, ma Penelope aveva scelto di aspettare che Gabriel tornasse dal suo lungo viaggio di lavoro, che lo aveva tenuto lontano da lei per oltre sei mesi. Forse non avrebbero dovuto farlo ma lui sembrava tenerci a quel momento. Era come annunciare ufficialmente il matrimonio.

Gabriel la baciò dolcemente sulle labbra e alla fine afferrò le chiavi della macchina, per recarsi nell'ufficio del registro, dove avrebbero dovuto portare tutti i documenti necessari.

Il loro viaggio in macchina era stato tutto sorrisi e risolini, sembravano quasi due adolescenti che tentavano di scappare nella notte dai propri genitori. Erano felici e divertiti.

Le sue amiche l'avevano inondata di messaggi, che citavano tutti la stessa cosa: volevano essere aggiornati sulla questione. Le due donne erano troppo felici di essere le damigelle ufficiali, avevano comprato dei bellissimi vestiti quasi uguali e avevano già pronte delle sorprese.

“Non riesco a credere che sarò tua moglie” mormorò sulle sue labbra, mentre mano nella mano salivano le scale per raggiungere l'ufficio.

Gabriel le sorrise con contentezza e le lasciò un altro bacio sulla fronte. “Finalmente saremo marito e moglie.”

Avevano scelto di celebrare le nozze in un posto molto carino, un parco addobbato di peonie e ortensie, con colori tenui e che richiamavano il loro amore: docile e tenero. Per quanto Penelope desiderasse più una cerimonia intima in chiesa era comunque felice di ciò che avevano pattuito insieme. Sarebbe stato una favola in ogni caso.

I preparativi procedevano spediti, abbastanza da poter dire che fossero pronti a quel passo, e depositare quei documenti, registrando ufficialmente il luogo della cerimonia e il giorno, erano l’ultimo importante passo.

E non appena, con grandi sorrisi, avevano lasciato i vari documenti alla signora che se ne occupava in comune, erano usciti vittoriosi da quel luogo.

“Adesso è più reale,” Penelope per poco non saltellò sul posto all’idea di sposarsi. Non era mai stata felice come in quel momento. Avrebbe dovuto sentire quella realtà nel momento in cui Gabriel le aveva fatto la proposta ma aveva sempre temuto che prima o poi sarebbe finita. Ma Gabriel non era nessuno dei suoi ex o delle persone cattive di cui era stata circondata, l’amava e l’avrebbe resa la donna e la madre più bella del mondo.

“Ti va di andare nel nostro bel posticino?” domandò l’uomo, con occhi innamorati.

Penelope sorrise e annuì. Quel posticino era un bar dove poter fare un buon brunch, in cui spesso erano andati in quei tre anni insieme. E lo adorava proprio per i ricordi che conservava, delle prime uscite timide, dei primi baci scambiati per sbaglio e delle abbuffate dopo essersi svegliati troppo tardi la mattina.

Alla fine si rimisero in macchina contenti, e Penelope scrisse un messaggio nel gruppo che condividevano con le ragazze.

Sta per succedere mi sposo davvero!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La sua mattinata al lavoro era stata piuttosto lenta. Agatha Danbury, la direttrice del giornale scandalistico per cui lavorava, le aveva dato un bel da fare. A breve avrebbe preso qualche settimana pre- matrimonio, per dedicarsi ai preparativi e alla cura di sé, quindi il suo lavoro era stato triplicato. Ma non ne era scontenta, anzi. Adorava il suo lavoro.

Era solo elettrizzata, così tanto da non riuscire a stare nemmeno seduta più di qualche minuto senza sorridere e agitarsi di fronte alla foto del suo abito da sposa – che aveva nascosto in una cartella segreta, ovviamente.

Il lavoro era passato in secondo piano, ma quello di certo non sarebbe stato un problema. Agatha l’adorava troppo per fingere che non fosse così, e Penelope aveva quasi libertà di scelta e parola in ufficio, non aveva quasi mai nulla da ridire. Lavorava sempre sodo, era la migliore, se qualche volta si distraeva non era un problema.

Sorseggiava il suo solito caffè espresso freddo con panna, mentre con un dito pigro sfogliava le varie foto del suo album personale, in cui conservava non solo il suo abito ma anche quello delle damigelle, i fiori, i colori dei tavoli, le decorazioni, l’allestimento e tante cose che la facevano sentire come una principessa in una favola.

Alla fine, un numero sconosciuto la distrasse. Apparve sullo schermo, sobbalzando alla vibrazione e al suono improvviso. Si accigliò, non riconoscendo chi fosse dell’altro lato, ma vista situazione e le infinite chiacchiere fatte con fotografi, fiorai e gioiellieri, si decise a rispondere.

“Pronto?” mormorò un po’ diffidente. Si passò una mano sulle labbra per rimuovere la panna rimasta incastrata nelle pieghe, appoggiandosi allo schienale.

“Signorina Featherington?” qualcuno chiese. Una donna.

Penelope si rizzò sulla sedia, concentrando lo sguardo sulla parete spoglia di fronte. Aveva sempre odiato quell’unico quadro con raffigurata una spiaggia, lo aveva mai detto? “Sì, sono io” rispose.

“Chiamo dall’ufficio di Registro” iniziò la donna al telefono. “C’è stato un problema e non abbiamo potuto procedere, le dispiacerebbe recarsi in ufficio domani mattina?” domandò con calma.

Ma Penelope non lo era per niente. Non appena la parola problema le entrò con violenza su per il timpano, una strana sensazione si annidò nel suo stomaco. “Che succede? Abbiamo dimenticato qualcosa?” chiese frettolosa, così tanto da mangiarsi qualche lettera di troppo.

“Venga domani per favore, così ne parliamo meglio e risolviamo la questione” rispose pacata, come se nulla la toccasse.

Penelope ebbe l’impulso di sollevare un pugno e immaginare il suo volto. Probabilmente stava solo facendo il suo lavoro ma la sua calma era snervante. E odiava non essere messa subito al corrente.

Fu costretta a rispondere un “d’accordo” mentre nella sua mente rimbalzavano parole di continuo.

“Venga domani alle 9, porti di nuovo i documenti con sé. Arrivederci” la salutò, riattaccando, senza darle il tempo di rispondere.

Penelope fissò lo schermo ormai spento del suo cellulare, chiedendosi che cosa fosse successo. Era sicura che fosse tutto a posto, che i documenti consegnati erano quelli richiesti, di non aver dimenticato nulla. Avevano ricontrollato insieme più volte, come se temessero tutti quanti di commettere degli errori, e alla fine lo avevano fatto davvero.

Ma si trattava solo di un equivoco, giusto? Doveva per forza essere così. Erano passati due giorni da allora, che cosa era successo nel frattempo?

Si accigliò nuovamente ed ignorò i messaggi delle sue amiche che le chiedevano se avesse voglia di uscire quella sera, lasciandosi trascinare da quei pensieri negativi.

Immaginava da sempre degli intoppi nella sua vita ma per una volta sperava che non fosse così, che le cose sarebbero andate per come dovevano.

Gemette frustrata e si passò una mano sul volto. Non poteva parlarne con Gabriel, almeno fino a che non avesse saputo di cosa si trattava. E la cosa peggiore era il pranzo che di lì a poco avrebbe avuto a casa di sua sorella Prudence. Il suo stato d’animo non era dei migliori al momento e affrontare tre donne di quel calibro, sua madre, e le due sorelle, sembrava più un incubo. Ma voleva bene a tutte e da quando si erano ritrovate si erano ripromesse di passare più tempo insieme.

Il pensiero del giorno successivo non la abbandonò affatto, costringendola a confrontarsi con esso per le ore che le restavano prima di staccare dal lavoro e, con angoscia, anche durante il tragitto in metro verso quelle megere.

 

 

 

Ma le sue sorelle non avevano un volume da regolare dietro la schiena? Avevano due bambine dolcissime e dormienti dentro i loro ovetti e passeggini, per quale ragione urlavano come se fossero al mercato?

Avrebbe tanto voluto spegnerle per un po’ e godersi invece il silenzio. O addirittura, avrebbe tanto voluto che fossero impegnate con le sue nipotine piuttosto che continuare a chiederle dettagli inerenti al matrimonio.

Qualche giorno prima sarebbe stata entusiasta di condividere con loro quella gioia ma in quel momento non aveva il giusto umore per farlo. E quello le aveva fatto guadagnare occhiate strane e domande in punta di lingua.

Domande che sua sorella Prudence non tenne per sé. “Non ti vuoi più sposare, Penelope?” fece infatti, con la solita voce annoiata. Anche se la più gentile era Philippa, Prudence era quella che coglieva i dettagli.

Penelope sussultò a quella domanda, e si chiese dentro di sé se non avesse il volto di una condannata a morte. Decisamente non poteva incontrare Gabriel in quelle condizioni. Né le sue amiche. Avrebbe volentieri evitato anche la sua famiglia, ma non era stato possibile dire loro di no.

Sua madre, Portia, si voltò di scatto e per poco non rovesciò il tè bollente sui pantaloni del povero marito di Philippa. “Non dirmi che non vuoi sposarti, Penelope! Quell’uomo è perfetto!” quasi la rimproverò.

Era stato complicato trovare un compagno, era vero. Un po’ per il fatto che fosse stata tanto chiusa in sé, un po’ per la sua famiglia che la faceva sentire inadeguata e un po’ perché non desiderava accontentarsi di certo del primo che le dedicava delle attenzioni.

“Gabriel è adorabile, Pen!” fece persino Albion, che aveva evitato per un soffio l’acqua calda addosso.

“Oh Dio, no! Cioè sì, voglio sposare Gabriel!” si affrettò a  rispondere lei, alzando la voce. Doveva sedare ogni tipo di speculazione se voleva sopravvivere a quel pomeriggio. Avere tutti i loro sguardi addosso era tremendo.

“Oh grazie a Dio,” bofonchiò Portia. “Non troverai mai più un uomo così” disse, prima di ritornare a versare il tè con meno agitazione.

Penelope roteò gli occhi al cielo. “Ti piace solo perché ogni volta che lo inviti ti porta un mazzo di fiori e i tuoi dolci preferiti” scosse la testa mentre le scappava un sorriso. Gabriel era davvero un tesoro e aveva fatto di tutto per piacere a sua madre.

“Sciocchezze!” sorrise però e passò la tazza piena ad una incinta Philippa, che aspettava il secondo bambino.

“Allora cosa c’è che non va?” domandò Prudence, avvicinandosi un po’ di più. Suo marito Harry osservava la loro bambina con un sorriso da ebete cullandola piano nel passeggino.

Anche Philippa si sporse verso entrambe le sorelle, ascoltando interessata. Persino una svampita come lei si era accorta dello sguardo di Penelope.

“Nulla,” promise, cercando di sembrare disinvolta. Si scottò con il tè e maledisse sottovoce chiunque le capitasse a tiro.

“Come no,” mormorò Philippa. “Avete litigato?” chiese incuriosita. Cercava di parlare a bassa voce, ma non per non disturbare i bambini, ma più per non attirare troppo l’attenzione di sua madre. Sapeva essere una vera seccatura quando si trovava in mezzo a certe questioni.

“No, non abbiamo litigato” riprovò a sorseggiare, scottandosi nuovamente, ma trattenendo qualsiasi smorfia. Ingoiò il dolore della bruciatura e sospirò. Non l’avrebbero di certo lasciata in pace.

“Allora cosa? Sicura che vuoi sposarti?” intervenne Prudence nuovamente, con uno sguardo quasi preoccupato.

Era incredibile il fatto che fossero passate dal non parlarsi, o farlo a singhiozzi e per le rare occasioni, al parlare liberamente davanti ad un tè. La morte del loro padre aveva fatto un male cane all’anima ma le aveva riunite.

“Sì Prue, certo che voglio sposare Gabriel, è fantastico!” ci tenne a sottolineare. “Non abbiamo litigato o avuto discussioni è che… mmh” arricciò le labbra. Le due sorelle rimasero in attesa e con occhi di falco puntati sulla sua figura. Lei era solo una povera preda. “Non so, mi hanno chiamata dall’ufficio di registro, c’è stato un problema” confessò infine.

Sia Philippa che Prudence ci misero due secondi netti ad elaborare la sua risposta, prima di sbuffare e lanciarsi contro lo schienale delle rispettive poltrone.

“Pensavo ci fosse qualche dramma in corso, che noia!” borbottò Philippa, quasi scontenta di non aver avuto nulla di succoso su cui ricamare storie.

Penelope alzò un sopracciglio. “È un dramma!” fece lei. “Potrebbe esserci qualche intoppo di troppo che non mi porterà all’altare!”

“Come sei melodrammatica, Penelope” rispose Prudence. “A volte capita che sbaglino alcuni documenti, invertano o li perdano nel processo, vedrai che non è niente. Successe anche a me, ricordi?” fece infine.

Sì, lo ricordava. E ricordava anche il modo in cui era stata isterica per giorni, prima di rendersi conto che mancasse uno stupido documento, o forse una firma.

Penelope bofonchiò qualcosa incrociando le braccia al petto, lasciandosi divorare un po’ dai pensieri negativi. Era consapevole del fatto che probabilmente sarebbe andato tutto bene ma fino al giorno, non ci avrebbe creduto.

“Tieni, mangia uno scone” fece alla fine sua sorella minore, passandole il piatto che aveva tenuto in cima alla sua pancia rotonda.

La ragazza accettò quell’offerta, chiedendosi come sarebbe andata se suo padre fosse ancora lì con loro e che emozione avrebbe provato nell’essere accompagnata fino all’altare.

Non l'avrebbe mai saputo. Non sapeva nemmeno se ci sarebbe mai stato un matrimonio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Mancavano ventinove giorni al matrimonio e tutto stava iniziando ad andare a rotoli.

Forse aveva ragione Prudence quando le diceva di essere melodrammatica, forse stava  esagerando nel provare quel tremolio alle mani e quel palpito di cuore fin troppo accelerato.

Eppure, non era stato facile leggere il messaggio allegro del suo futuro marito – che le ricordava il loro dolce countdown – essendo a conoscenza di una strana situazione angosciosa. Non sapeva ancora quale fosse ma l’ansia preventiva si era presentata senza esitazione.

Era normale per una sposa agitarsi, no? Ma avrebbe dovuto esserlo la sera prima del matrimonio, cinque minuti prima della cerimonia. Non ventinove giorni prima.

E mentre attraversava la strada, per un momento sperò che cadesse qualcosa dal cielo e la sotterrasse – non aveva il coraggio di buttarsi sotto ad una macchina in corsa. Provare quelle sensazioni era terribile per una povera ansiolitica come lo era lei.

Si trascinò in comune con il volto di una persona pronta ad un funerale, guardando l’anello che portava al dito, quello che le aveva regalato Gabriel quando le aveva fatto la proposta una sera, trovandolo annegato dentro al bicchiere di champagne. Non aveva mai capito se fosse tenero o solo sciocco. Aveva corso il rischio di ingoiarlo più volte, vista la sua poca attenzione al flûte.

Si annunciò e venne portata al piano di sopra, verso lo stesso ufficio in cui era stata con Gabriel, quando ancora erano felici e contenti di condividere assieme quel momento.

“Buongiorno,” mormorò entrando con passo lento e spaventato. Non aveva idea di cosa l’aspettava ma non doveva essere una cosa buona, sua sorella Prudence si sbagliava. Lo sentiva dentro che qualcosa di profondamente sbagliato le avrebbe rovinato la giornata. O la vita.

“Signorina Featherington,” sorrise la donna, la stessa che aveva sentito al telefono e che le aveva assicurato che si sarebbero sposati,  qualche giorno prima. “O forse dovrei dire signora…” lasciò in sospeso la questione, facendole un cenno con la mano, affinché si accomodasse alla scrivania.

Penelope alzò un sopracciglio e si sedette. Non sembrava per niente una situazione semplicemente da risolvere in due minuti. “Come? Che succede?”  chiese irrigidendosi.

“Volevo verificare con lei questa informazione. Quando abbiamo provato a inserire i dati nel sistema, ci siamo accorti di una cosa” si mise gli occhiali sul naso e scrollò al computer un momento.

Penelope fremette, i suoi incubi si facevano sempre più reali. “Cosa?”

“Il documento è valido, quindi non può essere un errore del sistema.”

Perché ci stava girando intorno in quel modo? Iniziava a perdere la pazienza e una volta fatto le avrebbe rovesciato la scrivania per terra. Sembrava fatta per innervosire la gente, con tutta quella suspense, con quella voce calma.

“Può per favore dirmi che succede?” sbottò infine, quando i suoi occhi tornarono al PC, nel silenzio.

“Lei è già sposata, signora – signorina” si bloccò un momento. “Penelope” decise di chiamarla alla fine. Non sembrava per niente in difficoltà, sembrava divertita.

A Penelope si bloccò il cuore per un momento, non era certa che anatomicamente fosse possibile – o forse sì, non aveva importanza in quel momento – ma la sensazione registrata fu quella.

“Come scusi?” mormorò sbattendo le palpebre più volte. Se era una scherzo non era per niente divertente.

Erano state le sue sorelle? Gabriel? Le sue amiche? Avrebbero mai potuto farle una cosa simile? Si rispose di sì per una persona su tre, ma nemmeno le sue amiche avrebbero potuto arrivare a tanto per farle una burla simile.

“È sposata,” riprese la donna, togliendosi gli occhiali. “E da ben tre anni e mezzo” annunciò, quasi come se fosse una cosa incredibile di cui vantarsi.

Alla povera ragazza venne un altro colpo. Questa volta sentì chiaramente il battito frenetico del suo cuore fin dentro i timpani. “Come?” ripeté in stato di shock.

Non sembrava uno scherzo, non poteva esserlo, non dopo che la donna le aveva rivolto lo schermo del computer e mostrato un bizzarro certificato di matrimonio.

“Il matrimonio è stato celebrato a Las Vegas il 13 giugno 2021, signora.”

Oddio, si stava divertendo alle sue spalle, ne era sicura. Forse non aveva avuto tutti i torti il giorno prima, quando era stata tentata dal colpirla in faccia.

Penelope rimase interdetta per un momento, chiedendosi a che razza di gioco stesse giocando con lei il destino. Non poteva semplicemente esistere una cosa del genere, proprio quando aveva trovato l’uomo dei suoi sogni. Ringraziò il cielo di trovarsi seduta o le gambe avrebbero ceduto, facendola stramazzare al suolo.

“Non può essere,” fu la prima cosa che bisbigliò dopo attimi infiniti di silenzio.

“È stata a Las Vegas tre anni fa?” chiese la donna, Stephanie – si accorse solo in quel momento del cartellino con il suo nome sopra.

“Sì” disse con voce strozzata.

“E allora può essere” sorrise alzando le spalle e Penelope per poco non ebbe un esaurimento nervoso. Aveva chiaramente scritto in faccia qualcosa che suonava tipo: “ci siamo divertite a Las Vegas, eh?”

Tacque ancora, cercando di capire la situazione. Nella sua mente arrivarono ricordi indesiderati di quel viaggio con Sophie, Edwina e Kate, travolgendola come un treno. Era vero, era stata a Las Vegas tre anni prima ma non aveva alcun ricordo di quell’episodio. Non poteva essere successo, non davvero.

Doveva essere falso.

Eppure, era lì che lo guardava e la derideva, prendendo vita. Quel certificato esisteva e sembrava piuttosto reale, per quanto pacchiano.

Come poteva aver sposato un uomo e non ricordarsene? “Non può essere vero, non è valido” mormorò incredula. Probabilmente sul volto aveva dipinto una stupida espressione di panico.

“Signorina,” ebbe un momento di esitazione sull’uso del suo status. “I matrimoni a Las Vegas sono validi come qualunque altro matrimonio celebrato in un altro stato. È legalmente sposata” le ricordò ancora una volta.

Penelope era più che certa che ormai fosse il suo intrattenimento preferito e che lo avesse raccontato a tutto l’ufficio. E come una soap opera scadente, aspettava di sicuro il finale.

“E cosa dovrei fare?!” nel panico più totale, non si accorse nemmeno di essersi alzata in piedi e di aver urlato come una matta.

“Divorziare?” azzardò Stephanie. “O far annullare il matrimonio. In ogni caso ha bisogno di un avvocato” respirò con calma. “E di contattare il Signor… Colin Bridgerton” esitò prima di pronunciare il suo nome, per poi guardarla con esaltazione.

Avrebbe tanto voluto cancellarle l’espressione compiaciuta dal volto con uno schiaffo ma era ancora una persona troppo civile per cedere a una cosa simile.

“Aspetti, le stampo il certificato di matrimonio” aggiunse ancora, non contenta.

Penelope rimase immobile, in piedi di fronte alla scrivania, chiedendosi il perché di altre difficoltà nella sua vita. Non meritava un lieto fine anche lei?

Stephanie le porse il foglio qualche attimo dopo e la rossa ebbe un momento di esitazione prima di afferrarlo. E quando lo fece avvertì un brivido sulla schiena.

Quel certificato era orribile. Non era bianco ed elegante come avrebbe dovuto essere, era colorato, vivace e sembrava urlare che fosse sposata. Al centro il tipico cartello Welcome to fabulous Las Vegas, sembrava riderle in faccia. Era colorato e dalla filigrana dorata, che faceva da cornice al documento,  elegante. In una stramba scrittura sbilenca, i loro nomi svolazzavano sotto i suoi occhi.

Quella era indubbiamente la sua firma, e quella accanto quella di suo marito. Il solo pensarlo le fece venire i brividi.

Era sposata, lo era davvero.

Non era la signora Wilson, come avrebbe dovuto. Era la signora Bridgerton.

Bridgerton.

Perse la testa nel momento esatto in cui realizzò che fosse reale. Lei, Penelope Featherington era già sposata e non con il suo ragazzo.

Era sposata con un estraneo. Con un uomo che non conosceva e di cui non ricordava nemmeno l’esistenza. Sembrava l’incubo peggiore del mondo.

“Buona fortuna signora Bridgerton” fece Stephanie seria. Ma chiaramente si stava divertendo.

Penelope crollò.

 

 

 

Si ritrovò a piangere per una buona mezz’ora in macchina, sbattendo i palmi sullo sterzo e maledicendo l’universo e sé stessa per aver preso delle tali discutibili scelte nella vita.

Come poteva aver fatto una cosa del genere? Aveva cercato nei suoi ricordi ogni dettaglio, ogni più piccolo indizio ma non le sovveniva nulla alla mente, solo sprazzi di vita notturna parecchio movimentata con le sue amiche.

Sapeva che era stata una vacanza parecchio vivace, ma non credeva così tanto. Per minuti interi, mentre le lacrime le bagnavano le guance, aveva sperato che fosse tutto un incubo, che da un momento all’altro si fosse svegliata e tutto venisse cancellato e dimenticato.

Più il tempo passava e più sembrava reale. Il certificato di matrimonio al suo fianco, poggiato sul sedile passeggero, sembrava ricordarle che non ci fosse nulla di sbagliato. Aveva fatto qualcosa di orribile e ora ne stava pagando le conseguenze. Era certa di non aver fatto nulla di cattivo nella vita, per meritarsi tale trattamento. Quindi decise che avrebbe preso il toro per le corna e avrebbe reagito.

Scacciò via le lacrime e con un sospiro forte cerco di darsi un contegno. Aveva trentatré anni, poteva sistemare la situazione senza crollare miseramente. Per quella precisa ragione cercò il numero del suo avvocato di famiglia e scrisse un messaggio.

E dopo averlo fatto, sentì un peso in meno sullo stomaco. Di sicuro avrebbe trovato una soluzione veloce a quel disastro e tutto sarebbe tornato alla normalità.

E prima ancora di rimettersi in marcia e tornare a casa, scrisse un messaggio nella chat di gruppo delle sue amiche.

Stasera dopocena a casa mia, è urgente. Eddy porta anche Kate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La prima ad arrivare fu Sophie, con una bottiglia di vino rosso fra le mani, stringendola quasi come un tesoro. Penelope la guardò accigliata, desiderando bere un lungo sorso da quella bottiglia e iniziare a dimenticare la sensazione di malessere che l’attanagliava da tutta la giornata.

Non era strano che le tre amiche si ritrovassero insieme a smezzarsi bottiglie di vino davanti ad una pizza, un film o quattro chiacchiere che finivano in segreti svelati. Quella sera, la rossa, ne aveva più bisogno che mai e ringraziava il cielo per le sue ragazze.

“Che c’è? Dal messaggio sembrava fosse necessario” si giustifico infatti Sophie entrando in casa sua e spostandosi immediatamente sul divano del salotto.

“Infatti lo è” bofonchiò con un malumore così palese sul suo volto da incupirle i bellissimi occhi azzurri che sfoggiava.

“So che dobbiamo aspettare Eddy… ma come mai anche Kate?” domandò la bruna, stupendosi. Non che le dispiacesse, di tanto in tanto aveva preso parte al loro trio, ma quella sera le sembrava strano.

“Aspettiamo Edwina,” fu infatti la sua risposta.

Sophie sospirò e la fissò. Sperava davvero che le amiche arrivassero in fretta, odiava rimanere in sospeso, soprattutto adesso che guardava Penelope in faccia e ne notava ogni più piccola e fastidiosa ruga d’espressione.

Penelope si mosse un po’ inquieta per la stanza, fino a che non sobbalzò al suono del campanello. Per poco non si impigliò nel tappeto nella foga di correre alla porta.

“Ehi!” urlò Edwina quando la invitò ad entrare, con un’altra bottiglia di vino fra le mani e due pacchi di patatine. Poteva essere un ottimo modo per mandare giù l’alcool.

“Ciao Kate” salutò Penelope, facendole accomodare.

Le ragazze si spostarono in salotto, salutando Sophie. Ci fu un attimo di smarrimento generale prima di vederle prendere tutte posizione, come un esercito pronto al combattimento.

Edwina si sistemò a terra sul tappeto, ai piedi della poltrona su cui Kate si era accomodata, appoggiandosi alle sue ginocchia. Sophie rimase sul divano con un’espressione preoccupata. Era sempre stata la più gentile ed empatica del gruppo e provava sempre troppe emozioni.

“Pen, hai una preoccupante espressione sul viso” fece infatti proprio Edwina, tenendosi in grembo il pacco di patatine. Sicuramente le avrebbe mangiate tutte lei.

“Perché sono preoccupata” confermò andando verso il cassetto della cucina in cerca di un cavatappi. Perché sembrava sempre sparire quando ne aveva bisogno? Nel cercare in mezzo alle cianfrusaglie rischiò di tagliarsi più volte con arnesi contundenti.

“Okay, vuoi dirci che succede?” chiese ancora, aprendo le patatine. Aveva bisogno di mangiare, quel vino sarebbe finito presto, ne erano tutte consapevoli.

“Un attimo,” bofonchiò mentre tentava invano di aprire la bottiglia. Non era mai stata troppo brava ma quella distrazione poteva essere una soluzione al suo malessere improvviso. Non seppe più se fosse giusto o meno metterle al corrente di una situazione così assurda.

Alla fine riuscì a stappare la bottiglia e con flemma a riempire tre calici, che passò uno per uno alle donne in attesa del problema da esternare. Alla fine si riempì il proprio e si parò di fronte agli occhi delle amiche, rendendosi conto di quanto fosse difficile parlare di una situazione così delicata e incredibilmente stupida. Sentiva i loro sguardi accusatori, giudicanti, schifati addosso. Ma era solo nella sua testa, lo sapeva.

Fu Kate a prendere parola per prima, dopo qualche attimo. “Penelope, perché sono qui?” domandò. Era un po’ dispiaciuta di non far parte ufficialmente del trio, ma forse era stata un po’ anche colpa sua e del fatto che non si fosse mai aperta abbastanza da farsi apprezzare. “Cioè, sono contenta di essere qui. Mi fa più che piacere ma… a giudicare dalla tua faccia c’è qualcosa che non va.”

“Ho bisogno di voi” fece Penelope, un po’ esitante. Doveva dirglielo e basta, Kate era lì soprattutto perché era stata la meno peggio della vacanza. “Ho bisogno che vi ricordiate di certe cose” parlò per poi mandare giù del vino. Non un solo generoso sorso, ma la metà del bicchiere. Quel gesto le fece strizzare gli occhi e friggere lo stomaco.

“Che cosa dovremmo ricordarci?” intervenne Edwina, che nel frattempo aveva iniziato a mangiucchiare. Avvertiva una certa tensione nella stanza.

“Vi ricordate del nostro viaggio a Las Vegas?” sospirò forte e cercò di non crollare. Per quella ragione decise di sedersi sul divano, accanto a Sophie.

Tutte annuirono e si chiesero il perché di quel ripescaggio di ricordi. Kate comprese immediatamente la sua presenza su quella poltrona. Provò un vago senso di dispiacere ma voleva bene a quelle ragazze, sperò di poter far parte del loro gruppo un giorno.

“Ho davvero, davvero, tanto bisogno che cerchiate di ricordare ogni più piccola cosa. Vi prego di cercare ogni dettaglio nella vostra memoria, è importante” parlò, mandando giù l’altra metà del calice. Ovviamente corse a riempirlo nuovamente, l’idea di confessare quel suo errore senza provare un minimo di ebrezza le faceva orrore.

“Mi stai spaventando, Pen” disse Sophie, incrociando i piedi sul divano e girandosi appena per guardarla meglio. Aveva gli occhi un po’ scavati, come se avesse pianto, e la pelle pallida come se fosse stata presa a botte dal dispiacere.

“Promettetemi di provarci!” le ammonì tutte con un dito puntato, ingoiando ancora del vino. La sensazione di leggerezza si fece subito spazio nella sua testa, forse sarebbe stato più semplice da quel momento in poi.

Kate bevve a sua volta e la guardò come a volerle dire che avrebbe fatto di tutto per provarci e Sophie le strinse una mano sul ginocchio per rassicurarla della stessa cosa.

Edwina sbuffò. “Parla chiaro, Pen. Sputa il rospo.”

Sophie l’ammonì con lo sguardo ma la ragazza le fece una linguaccia. Doveva parlare e sbrigarsi, perché quel mistero è quella suspense la stavano uccidendo.

“Kate,” fece Penelope prendendo la parola, ignorando Edwina. “Tu eri quella meno ubriaca di tutte, conto su di te e i tuoi ricordi” fece speranzosa. Magari quella donna possedeva il segreto della sua bravata. Ma se così fosse stato, perché non dirglielo subito? Era certa che sarebbe stata un gran buco nell’acqua. Ma una parte di lei sapeva che parlarne con loro le avrebbe dato un certo senso di leggerezza, affrontare quel problema da sola sembrava assurdo e pesante.

“Posso… posso provarci,” la rassicurò la maggiore del gruppo, raddrizzando la schiena. Si sentiva quasi sotto accusa, ma sapeva non ce ne fosse ragione.

“Perché stiamo parlando di Las Vegas?” domandò Edwina, mangiando una patatine e mandando giù un sorso di vino.

“Già, che cosa c’entra?” chiese anche Sophie.

Penelope prese un respiro. Aveva scavato nei suoi ricordi del 13 giugno di quell’anno, chiedendosi che cosa avessero fatto nello specifico, fino a che non aveva tirato fuori le foto della vacanza e aveva capito che fosse stata la notte più folle di tutte: quella in cui si erano ubriacate così tanto da camminare quasi nude per strada.

“Vi ricordate cosa abbiamo fatto il 13 giugno 2021?” fece a quel punto. Il bicchiere sembrava sempre troppo vuoto e non era sicura fosse giusto continuare a riempirlo.

“Mi sembra una cosa troppo specifica, Pen,” Edwina alzò un sopracciglio a quella richiesta.

“Cosa non abbiamo fatto durante quella vacanza?” intervenne timidamente Sophie. Persino lei, sempre troppo rigida e riservata, si era lasciata andare e aveva bevuto e fumato come se non avesse mai vissuto in vita propria. Era stato liberatorio e gratificante per il suo spirito.

“Già, abbiamo corso anche nude per strada, te lo ricordi?” ridacchiò Edwina, guardando sua sorella che ovviamente le lanciò uno sguardo storto. Era stata una nottata piuttosto difficile da dimenticare.

“Possiamo dimenticare questa cosa?” borbottò invece Kate, contraria al ricordo di quella notte. Improvvisamente sentì qualcosa nel profondo del suo cuore, un amaro in bocca che non era mai andato via, che aveva provato ad ingoiare invano. E di sicuro non era stata la loro follia a provocare quella sensazione.

Penelope guardò Kate, notando un cipiglio cupo prendere possesso dei suoi bellissimi lineamenti.

“Parli della sera in cui siamo andate in quella bellissima discoteca?” chiese Sophie dopo poco, stringendo gli occhi fino a strizzarli.

“Sì, quando siamo andate all'Omnia” confermò Penelope. Ovviamente erano entrate grazie a Kate, alle sue gambe lunghe, i suoi occhi da cerbiatto e il suo immenso fascino. Non erano state messe in lista, non avevano prenotato, ma in qualche modo erano riuscite a passare comunque. Era certa che gli uomini baciassero il suolo su cui Kate camminava.

“E cosa c’entra quella serata? Cosa vuoi che ricordiamo?” Edwina bevve ancora, appoggiandosi definitivamente sul grembo della sorella. Non c’era nulla che la mettesse più a suo agio che stare intorno alla sua Kate.

“Ricordate- mmh” Penelope si prese un momento per schiarirsi la voce. “Che io sia sparita?” chiuse gli occhi e respirò forte.

“In che senso sparita?” chiese Sophie.

“Nel senso, mi sono allontanata quella sera? Voi lo ricordate?” cercò di non guardarle e di trovare la verità nel fondo del suo calice, peccato che il vino non avesse le risposte che cercava.

Kate si irrigidì senza volerlo e la sorella se ne accorse immediatamente, alzando un sopracciglio e concentrandosi sul suo volto troppo serio e teso. “No,” borbottò Edwina. “Ma tu sì, tu sei sparita Didi” fece, guardandola con intenzionalità.

Kate, di rimando, guardò la sorella e si sentì sotto accusa, ma stavolta per davvero. Nessuno la conosceva meglio di Edwina, ed era stato semplice per la ragazza minore accorgersi delle piccole espressioni di disagio sul suo volto.

“È vero, ad un certo punto sei sparita Kate” confermò Sophie.

La povera ragazza, se fosse stata più in confidenza, l’avrebbe guardata male all’istante. Anziché sedare la curiosità l’aveva alimentata.

Persino Penelope si sentì attratta da quella storia. “Siamo sparite insieme per caso?” chiese speranzosa.

Kate sospirò. “No Penelope…” fu costretta a confessare. Per quanta fatica le costasse ammettere quella cosa, dovette farlo. Non poteva mentire, Penelope cercava delle risposte a qualcosa di importante e semplicemente non aveva la faccia per fare una cosa simile. E poi, quel ricordo le bruciava ancora il sangue nelle vene.

La rossa si afflosciò come una palloncino sgonfio e se la prese con il cavatappi, per aprire la seconda bottiglia di vino.

Edwina, al contrario, parve risvegliarsi. “Dove sei andata quella notte?” chiese con sospetto.

Kate si sentiva anche un po’ in colpa per averlo fatto, anche dopo anni. Non avrebbe dovuto lasciare le ragazze da sole quando lei era quella sobria e più responsabile. Sarebbe dovuta restare lì con loro e riportarle in hotel senza farle dare spettacolo in giro per Las Vegas.

“Kate,” la chiamò Edwina, riportando l’attenzione su di sé.

La ragazza sperò che la terra la inghiottisse ma purtroppo si trovò ancora su quella poltrona comoda, circondata da arpie curiose.

“Scusate,” fece però Penelope, un po’ impietosita o forse un po’ piena di angoscia e ansia. “Per quanto sia interessante anche questa storia, c’è qualcosa che ho bisogno che sappiate” parlò. Ormai doveva dirlo, non poteva tenere per sé quella storia.

Le ragazze si voltarono a guardarla, notando il modo in cui si torceva le mani in ansia, gli occhi un po’lucidi – forse indotti dall’alcool – e l’espressione di chi vorrebbe far sparire ogni cosa dalla propria vita.

“Potresti finalmente dirci cosa è successo?” si agitò Sophie, alzando di poco la voce. Era esasperata, quella serata si stava rivelando un continuo mistero.

Per Penelope non c’era un modo più semplice di dirlo. Non poteva di certo usare un gioco di parole, dirlo in maniera più soffice, semplicemente non esisteva nulla che rendesse quella notizia meno amara. Si morse il labbro in ansia e alzò lo sguardo sulle amiche, con tensione e panico.

“Sono sposata.”

Ci fu un attimo di silenzio nella stanza, in cui i loro cervelli parvero elaborare quella notizia. Tutti la guardarono come se fosse pazza, alla fine fu Edwina a prendere parola.

“Ti sei sposata senza di noi?” chiese quasi offesa.

“Ed io che pensavo volessi dirci di non voler più sposare Gabriel!” Sbottò Sophie, anche lei con un cipiglio di amara delusione.

“Cosa c’entra con Las Vegas?” chiese invece Kate, che sembrava aver iniziato a collegare qualche filo.

Penelope le guardò in faccia una per una. “Pensavi che non volessi più sposarlo?”

Sophie si strinse nelle spalle. “Non lo so, magari ti eri resa conto di qualcosa, che non facesse per te” cercò di giustificarsi. Probabilmente la notizia del matrimonio con Gabriel era stata più deludente di quella di una possibile separazione.

“Pensi che non faccia per me?” domandò ancora. Ma stava perdendo il fulcro della situazione. Stavano iniziando a divagare.

“Scusate,” interruppe Edwina. “Ti sei sposata con Gabriel senza dircelo?!” chiese nuovamente, con un tono più alterato.

“Oh cielo, no!” rispose seccata Penelope. “Non mi sono sposata con Gabriel senza dirvelo! Mancano ancora ventinove giorni!”

Kate parlò dopo qualche attimo, era sempre stata la più acuta e quella ad accorgersi ogni dettaglio. Non era stato difficile fare due più due e arrivare alla conclusione. Se si fossero concentrate, l’avrebbero capito anche loro.  “Ti sei sposata a Las Vegas” disse per lei. Quasi facilitandole quel complicato compito.

Penelope sussultò nel sentirglielo dire. Lo sguardo di Edwina e Sophie si appoggiò rudemente sulla sua figura, quasi senza parole, in attesa di una conferma. La rossa non ebbe il coraggio di muovere un muscolo. Come poteva confessare, sull'orlo di un matrimonio, di avere già la fede al dito? Metaforicamente parlando.

Edwina attese qualche attimo, poi scoppiò in una risata isterica. “Cosa?” era a metà fra l’essere divertita e assurdamente scioccata. Sophie era rimasta senza parole.

“Penelope?” chiamò Kate.

Lei si voltò a guardare gli occhioni scuri della ragazza in cerca di conforto. Conforto che di certo non poteva darle. Prese un grosso respiro e confermò: “ho sposato un uomo a Las Vegas, proprio tre anni e mezzo fa.”

Kate la guardò dispiaciuta e anche piuttosto incuriosita dalla strana situazione. La reazione isterica di Edwina si arrestò nell’istante in cui riconobbe la verità nel fondo del suo sguardo, non si trattava di certo di uno scherzo.

“Ma cosa stai dicendo?” chiese quest’ultima, sbattendo le lunghe ciglia nere.

“È difficile da credere ma… è vero” sibilò Penelope, passandosi una mano sugli occhi. Il vino aveva iniziato a stordirla. “Per questo vi ho chiesto di venire. È successo quel giorno e io non ricordo assolutamente nulla!” fece sull'orlo di una crisi di nervi.

“Ma come può essere successo? Sei stata con noi per tutto il tempo il giorno dopo, ricordo di essermi svegliata con te” borbottò Edwina. Era perplessa e confusa.

“Deve essere successo quando siamo uscite dalla discoteca” la rossa bevve un altro sorso di vino e cercò di capire se fosse saggio farlo, visto quello che era successo a Las Vegas nel momento in cui aveva alzato il gomito un po’ di più.

“Non ricordo molto…” si sforzò di ricordare arricciando le labbra, la più piccola. “Sembra la trama di un film. Ma ne sei sicura?” Chiese ancora insistendo, conscia del fatto che fosse assolutamente incredibile che fosse successa una cosa del genere.

Penelope respirò e, a carponi, gattonò verso la sua borsa, dove il certificato sembrava aspettarla. Lo afferrò con disgusto e si sedette sul pavimento freddo, guardandolo.

Sophie era rimasta in silenzio fino a quel momento, come se fosse arrivata tardi ad elaborare ciò che Penelope avesse appena confessato. Poi esplose con un: “com’è possibile che tu sia davvero sposata?!” facendo sobbalzare chiunque nella stanza.

“Dio, Soph” sospirò la ragazza in questione, schiacciando le dita sugli occhi, per alleviare il leggero dolore che iniziava ad attanagliarle la testa.

“Chi è quest’uomo?” chiese Edwina. “Lo conosci?”

Per tutta risposta, Penelope allungò il pezzo di carta all’amica, senza degnarla di uno sguardo.

La mora lo afferrò e inorridì di fronte a quel pacchiano tripudio di colori. Sembrava uno scherzo di cattivo gusto, fin troppo reale.

“Colin Bridgerton,” lesse ad alta voce, sfiorando la firma della sua amica e di questo uomo misterioso.

Kate non riuscì a trattenere la propria reazione. Le sfuggì un verso di sorpresa dalle labbra e istintivamente sgrano gli occhi, dandosi della stupida. Edwina si voltò immediatamente a guardarla, così come tutte le altre. Avrebbe dovuto rimanere indifferente ma sembrava impossibile, sentire quel cognome le aveva fatto tremare i polsi, bruciare il sangue. Erano passati più di tre anni e sembrava fosse passato solo un giorno.

“Lo sapevo! Sei andata con un uomo!” l’accusò immediatamente Edwina, inginocchiandosi per guardarla. Poi si rese conto della strana coincidenza e il suo sguardo si fece infuocato. “Oddio, ti sei fatta il marito di Penelope?!” urlò quasi fino a strozzarsi. Il bicchiere di vino per poco non cadde riverso sul tappeto costosissimo della padrona di casa.

La maggiore, per tutta risposta, fece un verso di disgusto e dispiacere. “Per l’amor del cielo, no!” la voce le divenne talmente sottile da poter spezzare le barriere del suono.

“Allora perché questa reazione?” avrebbe tanto voluto essere in una sala interrogativa in una stazione di polizia, puntarle addosso una luce per farla confessare, come aveva sempre visto fare nei film. Non ricordava molto di quella notte ma era stata da sempre consapevole che nascondesse qualcosa.

“Lo conosci?!” Penelope strisciò velocemente verso di lei, guardandola come se fosse un bicchiere d’acqua e lei stesse morendo di sete in mezzo al deserto.

“No!” urlò cercando di evitare tutti quegli occhi inquisitori addosso, ma sembrava impossibile. Trovava assurdo che dopo tre anni quella storia fosse uscita fuori. “Sì, cioè no, non lui,” concluse infine confusa. Era una donna adulta, poteva fare ciò che desiderava, per l’amor di dio.

“Spiegati,” borbottò Edwina con sguardo nervoso. Sentiva dentro una strana offesa, si dicevano sempre tutto ma quel segreto lo aveva tenuto ben stretto come se fosse prezioso. “E non vaneggiare, dimmi cosa c’entri con tutta questa storia!”

“Eddy, non c’entro nulla con la storia del matrimonio!” fece arricciando le labbra offesa, come poteva pensare una cosa del genere? “Non conosco Colin Bridgerton, conosco suo fratello! O perlomeno, suppongo lo sia” concluse spiegandosi e mettendo le mani avanti. Quanti Bridgerton potevano esserci nella stessa stanza ed essere solo una coincidenza?

“Come lo conosci? Chi è?” Edwina non si sarebbe fermata davanti a nulla, Kate ne era consapevole.

“Non lo conosco cosi bene, ci siamo incrociati sulla pista da ballo in discoteca e una cosa tira l’altra…” lasciò la frase in sospeso, nel totale imbarazzo. Una cosa tira l’altra ed era finita in camera sua, in una lussuosa suite di quell’hotel, facendo sesso tutta la notte. Il migliore della sua vita, non era mai stata così bene con un uomo come lo era stata con lui quella sera.

“Hai scopato in discoteca? Tu?” si stupì schiudendo le labbra.

Kate guardò la sorella offesa della sua stupida domanda. E sì, anche un po’ per il suo tono sboccato. “Perché, non lo credi possibile?” grugnì incrociando le braccia al petto.

“Sei sempre stata una bacchettona!” la rimproverò Edwina, ma dentro di sé provava uno strano senso di orgoglio per la sorella maggiore. Era sempre stata troppo la sua babysitter e mai una donna libera di divertirsi.

“Chi è? Come si chiama?” intervenne Sophie, bevendo silenziosamente dal suo bicchiere. Era sempre più intrigata da quella storia di Las Vegas, peccato lei non avesse nulla di misterioso da riportare a galla.

Kate ingoiò a vuoto. Era da tempo che non ci pensava più, nonostante tutto il desiderio che aveva provato nei suoi confronti per un tempo lunghissimo. “Anthony,” borbottò piano. “Anthony Bridgerton” aggiunse.

“E non hai più avuto nessun contatto con lui?” domandò Penelope, le sembrava di aggrapparsi ad una vana speranza. Forse se Kate avesse avuto ancora un aggancio con questo Anthony, avrebbe potuto parlare con Colin e risolvere la situazione.

Kate sospirò. “No, non esiste sui social e non l’ho più rivisto” fece con delusione cocente. Probabilmente rimaneva il suo più grande rimpianto di sempre.

Penelope si afflosciò per l’ennesima volta. “Cazzo,” si fece scappare infatti. Bere un altro sorso le parve una cosa saggia da fare in un momento simile di sconforto.

La maggiore si strinse nelle spalle dispiaciuta di non poter essere stata d’aiuto, ma anche irritata per aver riportato alla mente dei ricordi di quella notte focosa. Era stato bello da imprimersi sulla sua pelle. Avrebbe potuto fantasticare senza esitazione per giorni.

“Come possiamo rintracciarlo?” riprovò nuovamente Penelope. Kate alzò le spalle.

“Scusate,” intervenne Sophie. “Anthony non sarà social ma magari Colin sì” fece con nonchalance.

“È vero!” urlò Edwina. “Passami il cellulare, Soph” allungò una mano in attesa e la ragazza obbedì, dandole il proprio cellulare.

Penelope rimase lontana dalle tre ragazze, improvvisamente curiose. Dare un volto a quell’uomo significava realizzare che fosse davvero suo marito, che fosse da qualche parte, camminasse sulla terra e avesse un legame indissolubile con lei.

Aveva sinceramente paura di scoprire chi aveva portato all’altare. “Spero almeno di aver sposato un bell’uomo” borbottò a bassa voce, immergendo le labbra nelle ultime gocce di vino rimaste sul fondo del suo calice.

“Se assomiglia ad Anthony… direi di sì” concordò la donna, guadagnandosi occhiate divertite. L’aria si era improvvisamente stemperata e Kate non aveva mai provato un sollievo simile. Era bello parlare, confidarsi e non sentire sulle spalle i pesi di uno stupido segreto.

“Okay,” mormorò Edwina concentrata, mentre spulciava sul telefono. “Ci sono un sacco di Bridgerton” alzò un sopracciglio e ne contò almeno cinque. “E due Colin Bridgerton, uno vive in Francia e uno a Las Vegas, direi che ci siamo” fece quasi con entusiasmo.

Penelope chiuse gli occhi e rimase in attesa. Non sapeva cosa dire e pensare, ogni momento diventava sempre più una barzelletta e ovviamente le sue amiche l’avrebbero presto presa in giro. Il loro sgomento era durato pochissimo, era certa che a breve sarebbero iniziate le battutine.

Sophie si piegò sulla spalla di Edwina curiosa, osservando il profilo del ragazzo che avevano appena deciso fosse il Colin giusto. “Apri le foto, vediamo se Kate o Pen lo riconoscono” fece. “A volte la memoria fotografica funziona meglio.”

Edwina si apprestò a compiere quel gesto tanto temuto dalla sua amica dai capelli rossi e Kate si inclinò allo stesso modo, guardando con attenzione. Gli ultimi post di quell’uomo risalivano a qualche mese prima e si trattava di un viaggio fatto in Canada. Era pieno di paesaggi bellissimi e nessuna foto interessante che potesse indicargli che volto avesse. Alla fine decise di aprire le immagini di profilo, poiché quella attuale aveva solo un uomo di spalle. “Che tipo misterioso,” borbottò la minore.

Penelope aprì solo un occhio e strizzò forte l’altro, sentendosi cogliere da un vago senso di panico. Sapeva che non fosse giusto fare certi pensieri ma, dio, aveva sposato un bell’uomo o no? Aveva dei gusti impeccabili? La Penelope di tre anni prima era stata brava a gettarsi fra le braccia dell’uomo giusto?

“Di certo non entra da un po’ su questo profilo” ci tenne a dire.

“Guarda!” urlò Sophie, indicando un album in particolare. “È di giugno 2020, Las Vegas! Aprilo” ordinò.

Non c’erano più dubbi che fosse l’uomo giusto. Per quella ragione, improvvisamente, le spalle della povera ragazza si rizzarono. Era vero, esisteva, non era solo frutto di uno scherzo o di una fantasia stupida. Colin Bridgerton era suo marito ed era reale.

Edwina lo aprì ed iniziò a scorrere, notando tutti i luoghi che anche loro avevano visitato. Ma sembrava una grossa raccolta, in realtà dentro vi erano foto ben più vecchie. Alla fine si soffermò su una foto in particolare: quella di tre uomini abbracciati e divertiti.

Kate ebbe un sussulto.

“Quale dei tre è Anthony?” chiese Edwina con curiosità. “E sì Penelope, chiunque sia dei tre, hai sposato un uomo bellissimo, ti invidio” mormorò socchiudendo le labbra.

Uno dei tre era stato taggato sotto il nome di Benedict Bridgerton e quindi dovette escludere che fosse l’uomo al centro l’interesse di sua sorella e il marito della sua amica.

Penelope gemette, non era certa che ci fosse qualcosa da invidiare, era in una situazione orribile. Kate indicò il volto di Anthony con un mezzo sospiro.

“Cavolo Pen, hai sposato un bono incredibile!” fece Edwina, ormai divertita. “E tu Didi, hai fatto un colpaccio! Che cavolo, una fortuna del genere a me no?” fece mezza imbronciata.

“Ti ricordo che non ho avuto nemmeno io una fortuna simile” intervenne Sophie, osservando con attenzione quella foto. Ne sembrava particolarmente attratta.

“Questi Bridgerton sono stati fatti benissimo e con lo stampino, sono bellissimi tutti quanti” commentò Edwina.

“Mi fate vedere mio marito?” si arrese alla fine Penelope, prendendo coraggio. Che altro avrebbe mai potuto fare? Doveva affrontarlo se voleva uscire da quel legame non cercato e voluto.

“Adesso siamo passato a mio marito?” la prese in giro la minore, con gli occhi scuri e da cerbiatto ormai fatti furbi e divertiti.

“Eddy!” bofonchiò infastidita ma la ragazza le passò il cellulare.

“È il primo, quello con un sorriso da sogno.”

Penelope prese un respiro e si prese qualche attimo per ammirare l’uomo indicato. Il primo impatto fu devastante. Quel sorriso era davvero da sogno, nonostante le labbra socchiuse e gli occhi arricciati non poté non notare quella bellezza fuori dal normale che lo contraddistingueva. Sembrava molto alto, molto bello e… molto. Non sapeva in che altro modo descrivere una simile bellezza.

“Hanno tutti un sorriso da sogno…” commentò sottovoce, osservando anche gli altri due, ben stretti al fianco di quello che era suo marito.

“Puoi dirlo forte” commentò Kate, imbarazzandosi leggermente per il commento spontaneo uscito fuori dalle sue labbra.

“Hai capito queste due? Hanno fatto un gran colpaccio quella notte” Edwina era troppo divertita per starsene zitta. Per quanto la situazione risultasse tragica, visto l’imminente matrimonio, tutto aveva preso una piega talmente comica da non potersi privare dell’opportunità di prendere in giro Penelope. A vita.

Sophie ridacchiò aggraziata. “Non ti ha ricordato nulla rivedere il suo volto?” chiese alla ragazza.

Penelope scosse la testa. “No, non credo di averlo mai visto…” come avrebbe mai potuto dimenticare un tipo del genere? Eppure lo aveva fatto. Non ricordava di aver sposato un uomo così bello.

“Scriviamogli. Hai bisogno che ti firmi i documenti, no? Dobbiamo sbrigarci” fece nuovamente la bruna.

“Quanto tempo hai?” chiese Kate.

“Poche settimane, se non mi mette i bastoni fra le ruote” rispose.

“Perché dovrebbe? Nemmeno lui sa di essere sposato, suppongo. Di certo non gli serve avere un legame senza conoscerti” concluse infine.

“Ed è possibile risposarti immediatamente?” chiese Sophie a quel punto, un po’ in ansia.

“Credo di sì, o almeno l’avvocato mi ha assicurato che non dovrebbero esserci problemi. Ma devo trovare Colin al più presto!” rispose, alla fine decise di bere un ultimo sorso di vino prima di decidere come agire. Il bicchiere vuoto sembrava un crimine in quel momento.

“Sbrigati, scrivigli,” la incitò Edwina a quel punto.

Penelope prese il suo di cellulare, consegnando quello che aveva attento fra le mani alla proprietaria, cercando nuovamente il suo profilo. Il cuore le pulsò violentemente a compiere quel gesto ma cercò di fingere che fosse normale.

Ci pensò su un attimo, alla fine digitò:

Ciao, so che non ci conosciamo ma ho bisogno di parlarti, per favore potresti chiamarmi? Ti lascio il mio numero, è importante x.

Inviò quel messaggio con la mano tremante. Era fatta, non c’era più modo di tirarsi indietro.

Ci fu un momento di silenzio in cui guardò le amiche in faccia, come se aspettassero una sentenza di vita o morte.

Alla fine fu Kate a rompere il ghiaccio. “Puoi chiedere il numero di Anthony?”

Le ragazze scoppiarono a ridere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Mancavano ventotto giorni al matrimonio e di Colin Bridgerton non ne aveva visto nemmeno l’ombra. Mentirebbe se dicesse di non aver controllato ossessivamente il cellulare più volte, di non aver aperto quella chat con il cuore in gola, in attesa di un suo messaggio.

La mattinata al lavoro era stata piuttosto intensa e non aveva fatto altro che distrarsi e pensare a come dire a quell’uomo di voler annullare il loro matrimonio. L’avrebbe presa per pazza, ne era certa, ma che altro poteva fare? Aveva le dannate prove e doveva semplicemente lasciare che le credesse.

Mentirebbe anche se non dicesse di avergli riscritto. Perché lo aveva fatto. Aveva bisogno che rispondesse in fretta e non era pronta a passare giorni su giorni di inferno in attesa. Il suo avvocato era pronto ad inviare i documenti via e-mail ma sembrava quasi introvabile, nonostante le varie ricerche effettuate.

Gli avrebbe dato ancora un paio di ore prima di agire in maniera diversa. Se non avesse presto risposto, avrebbe contattato uno degli altri Bridgerton.

Per quella precisa ragione si mise a fare delle ricerche più approfondite sulla sua famiglia. Scovò diversi profili, setacciandoli uno per uno. Era una dannata giornalista, poteva sicuramente arrivare alla fonte del suo stress.

Si era resa immediatamente conto che avesse un sacco di fratelli e sorelle, forse anche qualche nipote, e che quei profili che aveva trovato con le sue amiche appartenessero esattamente a loro.

La più giovane della famiglia era Hyacinth, che appariva molto attiva sui social. Eloise si distingueva per il suo femminismo e il suo impegno attivista, mentre Francesca sembrava quasi non esistere, mostrando un cambio d’immagine solo di tanto in tanto.

La famiglia Bridgerton sembrava essere stata dipinta per quanto fossero tutti belli e perfetti.  Non avevano nulla fuori posto e Penelope provò un vago senso di disagio. Lei era tutto meno che bella come lo erano loro.

Alla fine cedette e scrisse ad Eloise, che sembrava vivere online, o quasi. Non voleva essere molesta con Hyacinth, una ragazza di diciotto anni, perciò sperava nella donna adulta che sembrava  esistere su quel social solo per smuovere la morale delle masse.

Ciao, scusa il disturbo. Non prendermi per pazza, ho bisogno urgentemente di parlare con tuo fratello Colin, ho una questione da risolvere con lui. Ti prego, potresti metterci in contatto? Xx

Era stata brava, no? Non era sembrata pazza o chissà che altro. Lo aveva chiesto con calma e gentilezza, nonostante volesse urlare dentro per il panico crescente che le attanagliava e le stringeva il petto.

Era tornata a casa con il cellulare in tasca che sembrava scottare ogni secondo di più. Era solo una sua stupida sensazione ma in quel momento non provava altro che il fuoco dentro. Ad ogni minimo rumore, che poteva assomigliare ad una notifica del suo cellulare, saltava per aria.

Ed era così che aveva passato le successive sue ore: con la rassegnazione e l’ansia crescente.

Eloise non aveva risposto. Non si era nemmeno collegata, da quando aveva potuto vedere. Poteva esistere persona più sfigata di lei, in quel momento? Tutti i giorni era parsa entrare sui social per condividere qualcosa ma non quello, non quando lei aveva bisogno che lo facesse.

Per quel motivo decise di compiere il passo successivo: bere un calice di vino e scrivere alla sorella minore, Hyacinth. Era certa che avrebbe capito.

Ciao, ho bisogno urgentemente di parlare con tuo fratello Colin, puoi dirgli di chiamarmi?

Le lasciò il numero e il cuore le martellò nel petto. Non era stata tanto delicata, era sembrata di sicuro una pazza ma stava esaurendo la pazienza e aveva bisogno di mettersi in contatto con suo marito. Aveva controllato anche il messaggio che aveva inviato a lui ma non era stato letto, Colin aveva lasciato i social.

Adesso siete diventate così audaci?

Penelope sussultò quando lesse la risposta da parte di Hyacinth. Si sedette sulla poltrona del suo soggiorno e guardò lo schermo accigliata.

Siete chi? Okay, forse non era importante in quel momento e si stava solo perdendo in chiacchiere ma era importante stabilire un certo contatto con lei, per poter arrivare al dunque.

Tu e tutte le ragazze che gli vanno dietro! Commentò la ragazzina.

La rossa prese un grosso respiro e cercò di mantenere la calma. Si rendeva conto della situazione: doveva sembrare solo una pazza disperata in cerca di attenzioni da parte del ragazzo, desiderosa di averlo per sempre o di portarlo a letto. Era una realtà che conosceva, ma in quel momento i nervi erano a fior di pelle, e sentirsi etichettare come una pazza che cerca solo di conquistare un uomo non contribuiva certo a calmarla.

Hyacinth, perdonami, so cosa sembra. Ma è davvero importante ed io non riesco a contattarlo.

Quanto importante?

Molto importante.

Ho bisogno di dettagli.

Era un osso duro, ovviamente. Lo si capiva dalla sua espressione, dai suoi occhi vispi e dal sorrisetto furbo, che sembrava essere quello capace di mettere in ginocchio l'intera famiglia. A Penelope non sfuggivano certi dettagli, e sperava solo che non toccasse anche a lei. Non ora.

Deve firmare dei documenti, è urgente! Cercò di insistere ma probabilmente senza successo.

Che documenti?

Penelope gemette. Forse non sarebbe arrivata da nessuna parte in quel modo. Ma non voleva dare troppe informazioni in giro, sperava di risolvere in fretta, senza scomodare nessuno.

Sono cose private, non posso dirtelo. Ma ti giuro che è vero, non sto cercando tuo fratello perché ho qualche interesse, mi serve solo una sua firma, devo parlargli!

Sperava davvero tanto di ammorbidirla in quel modo, di farla cedere un po’. Ma ovviamente non sapeva con chi aveva a che fare.

Anche contattare mio fratello è privato! Ciao Penelope x

Ingoiò la saliva in eccesso e prese un respiro profondo. Non poteva di certo lasciare che finisse così a quel punto disse la verità, perlomeno doveva provarci.

Sono dei documenti di annullamento di matrimonio. Scrisse con il cuore in gola, come se ammettere quel delirio fosse come aver appena confessato un omicidio.

Hyacinth non le rispose. Il messaggio era stato letto ma immediatamente archiviato, naturalmente non le aveva creduto. E in che modo avrebbe mai potuto farlo? Non aveva tutti i torti, lei stessa avrebbe reagito allo stesso modo.

A quel punto, era consapevole che era finita. La sua unica possibilità era svanita. Non poteva contattare tutta la sua famiglia e rendere la situazione ancora più spiacevole, né aspettare che Eloise rispondesse. Doveva agire in modo diverso. Guardò l’orologio a parete, afferrò il computer e si aggrappò all’ultimo briciolo di speranza che le rimaneva

 

 

 

 

 

 

Sentiva la pelle pizzicare mentre afferrava le prime cose che aveva nell’armadio.

“Sei impazzita?!” sentì urlare dal cellulare messo in vivavoce, poggiato sul letto assieme ad alcuni dei suoi vestiti.

“No Soph” rispose mentre osservava una maglia che sembrava aver passato giorni migliori.

“Ma non sai nemmeno dov’è che vive!” la rimproverò Edwina, anche lei in linea.

“Ti sembra davvero una buona idea?” commentò anche Kate.

Aveva deciso di fare quella chiamata di gruppo per evitare messaggi o di dover avvertire le ragazze una per una.

“Non ho altre alternative, dopo il fallimento con le sue sorelle” rispose. Forse era stata leggermente drammatica con quella risposta ma non trovava alcuna via d’uscita a quella situazione. Era passata solo un’ora da quando aveva chiuso la conversazione con Hyacinth ma non era riuscita a pensare a nient’altro che a quell’unica soluzione.

“Potresti aspettare l’avvocato, in fondo è per questo che esistono e che lo paghi!” ribatté prontamente Edwina.

“Ho fretta, Eddy” borbottò  guardando l’orologio. Doveva sbrigarsi.

“Ci metterai comunque almeno nove ore per arrivare!” la voce di Sophie sembrava esasperata. Un po’ tutte sembravano esserlo. Erano passate poche ore da quando si erano separate ma la mente della povera Penelope non si era fermata nemmeno un secondo.

“E cosa dirai a Gabriel?” fu la domanda successiva della minore del gruppo.

“Sono una giornalista, capita spesso che io parta all’improvviso. Non è la prima volta che succede, non desterà alcun sospetto” rispose. Alla fine chiuse lo zaino e si guardò allo specchio, prendendo un respiro. “L’avvocato potrebbe metterci qualche giorno per trovare il suo indirizzo mail, o forse solo qualche ora, ma io non sopporto di rimanere qui in attesa che accada il miracolo. Devo trovarlo subito” fece infine esasperata.

Passò dalla cucina e raccattò dalla ciotola il suo mazzo di chiavi. Sarebbe stato un viaggio molto breve, ma che sperava portasse alla conclusione finale di quell’incubo.

“Dio mio, sei proprio una pazza” borbottò Edwina senza alcuna gentilezza.

“Come speri di trovarlo? Non sappiamo nemmeno se sia ancora a Las Vegas” fece Sophie, un po’ titubante.

“Potreste fare qualche ricerca anche voi,” suggerì la rossa.

“Non so quanto sia una buona idea, Penelope” fece Kate, con la saggezza di una donna più adulta.

“Ha ragione mia sorella, sei una folle! Non puoi andare da sola!” rimbrottò Edwina, con voce tagliente. Era sempre stata quella più schietta e senza peli sulla lingua, nessuna di loro si stupiva nel sentire quei rimproveri imperlati di insulti.

Forse avevano ragione tutte loro. Non sapeva dove andare, dove cercare, cosa fare una volta raggiunta Las Vegas. Ma restare a casa, guardando il cellulare squillare, aspettando delle risposte, mentre il suo matrimonio si allontanava di passo in passo, sembrava una tortura. Non poteva semplicemente lasciare le cose al destino, doveva prendere in mano la situazione. E se fosse stato necessario, avrebbe setacciato Las Vegas, chiesto a chiunque. Era il suo lavoro trovare l’impossibile, non sarebbe stato diverso questa volta.

“Grazie per il supporto ragazze, adesso devo andare. Vi tengo aggiornate!” chiuse la chiamata senza attendere un risposta e si precipitò fuori di casa.

Prese un lungo respiro e sperò vivamente che questo viaggio a Las Vegas le regalasse cioè che desiderava. Lui.