Chapter Text
Quando mi sveglio, capisco subito di non essere sola nel letto. Qualcuno mi sta stritolando. Merrilee. Ugh, di nuovo. Ogni notte la stessa storia. Scivola nel mio letto quando io sto già dormendo e mi stritola fino a quando non mi sveglio in cerca d’aria. Sto per spingerla a terra quando mi rendo conto della luce che passa dalla persiana rotta. È il giorno del nostro compleanno. Sbuffo. Immagino di poterle concedere di continuare a dormire nel mio letto, visto che non le ho fatto un regalo. Mi libero a fatica dalla sua stretta, e scivolo giù dal letto per guardare attraverso la persiana il sole che sorge. È prestissimo… e questo significa solo una cosa: l’unica persona sveglia in casa è nonna. Lei adora svegliarsi presto, preparare la colazione per tutti e fare colazione da sola, quindi deve essere per forza in cucina. E io non posso privarmi di un po’ di tempo da sola con lei, proprio no. Infilo le ciabatte ed esco nell’anticamera che porta alla cucina. La casa è silenziosa, fatta eccezione per il cinguettio di Lou Lou, il canarino, e la voce della nonna che canta dalla cucina. Non la ho mai sentita cantare, quindi mi avvicino piano piano, per non disturbarla. È brava.
Pensavi di essere un grande.
Pensavi di prenderti le mie mutande.
Pensavi di essere tu a comandare.
Pensavi di potermi cambiare.
Pensaci bene se è quello che vuoi fare
Perché non puoi rubare la mia ostinazione da mulo.
I miei discorsi non puoi rubare.
Però puoi baciarmi il culo,
E continuare a camminare.
Quello che…
Nonna si interrompe improvvisamente nel mezzo della strofa. Mi rannicchio dietro lo stipite della porta, per non farmi scoprire, ma non serve a niente.
— Maysilee? — mi chiama — Sei tu? —.
Faccio capolino da dietro la porta, imbarazzata.
— Come hai fatto a scoprirmi? — domando
Nonna sorride — hai schiacciato l’asse che scricchiola — dice semplicemente.
Non le chiedo come ha fatto a capire che ero io e non Merrilee. Nonna è l’unica che riesce a distinguerci. E poi, le possibilità di trovare Merrilee sveglia prima di mezzogiorno in un giorno di festa sono basse. Per non dire nulla. La nonna mi viene in contro con un sorriso e mi prende in braccio, riempiendomi la faccia di baci.
— May! May! May! — esclama tra un bacio e l’altro — La mia piccola festeggiata! —.
Io rido, anche quando mi mette a terra, mi prende per un braccio e mi fa ruotare su me stessa fino a rischiare di farmi cadere continuo a ridere.
— Sei più alta? Sei decisamente più alta. Direi che sei alta almeno… — mi misura con i palmi dai piedi fino alla testa, contando — Un palmo in più? Sì, decisamente almeno un palmo in più. Sei palmi.—.
Rido ancora. Non sono un palmo più alta. Non sono neanche un centimetro più alta, probabilmente. Ma la nonna fa questo giochetto ogni compleanno, aggiungendo un palmo in più di volta in volta. E oggi compio sei anni. Beh, compiamo. Ma chi se ne frega di Merrilee in questo momento?
— Anche tu sei più alta! — le dico, abbracciandola ancora
— come no. Ogni anno tu e tua sorella vi prendete un palmo a testa, così voi crescete e io mi accorcio. Ladre — mi da un colpetto sulla testa quando lo dice
— hey! Non siamo ladre! — protesto.
La nonna mi fa il verso, tornando a concentrarsi sui fornelli, dove la sua caffettiera - dico sua perché lei ci tiene molto al fatto che è solo sua - sta gocciolando caffè.
— Ladre e pure birichine. Mi hai fatto distrarre e guarda qua che casino. — borbotta la nonna — Apparecchia, mentre io pulisco —.
Ubbidisco, contenta. Fare colazione da sola con la nonna è il modo migliore di iniziare la giornata, sempre. La nonna è la mia persona preferitimissimissima. Merrilee e la sua amica Asterid dicono che questa parola non esiste, ma è solo perché loro non hanno una persona preferitimissimissima, se l’avessero, capirebbero che esiste. Sistemo con cura la cerata sul tavolo, stando ben attenta a non far toccare i bordi a terra, poi aggiungo due piatti per la crostata, uno su cui poggiare la caffettiera della nonna, due tazze per il latte e la brocca piena fino all’orlo. Perfetto.
— Fatto! — dico, tirandola per il vestito — Vieni a tavola! Vieni! —
Nonna lancia un’occhiata al tavolo, poi mi guarda — e le posate? —
— a che servono le posate? La crostata si mangia con le mani — protesto
— non siamo animali. Sistema le posate, io arrivo —.
Sbuffo, ma ubbidisco di nuovo. Non vale la pena discutere per due stupide posate. Quando la nonna si siede, mi seggo sulle sue ginocchia e senza dire nulla avvicino il mio piatto e la mia tazza ai suoi.
— Io sto qui! — annuncio
Nonna ride — va bene, ma sappi che abbiamo venti minuti —
— e perché? — chiedo
— perché devo andare a ritirare la vostra torta dai Mellark — mi spiega
— a quest’ora? —
— beh, non posso certo andarci durante la festa — ribatte lei, versando un po’ del liquidi nero dalla caffettiera nella sua tazza
— la festa è oggi pomeriggio —
— e quando tua sorella si sveglierà, dovremmo andare al Prato —.
Mi voltò per guardarla negli occhi, alla ricerca della sua espressione da “Ti-Sto-Prendendo-In-Giro-May”, ma non c’è traccia. È seria. Andare al Prato è un modo di dire che usiamo io, lei e Merrilee per indicare quando andremmo a trovare i suoi amici, i Covey. A mia madre non piace quando andiamo lì, perché dice che Lenore Dove è una cattiva influenza o roba del genere, ma io e Merrilee adoriamo andarci. O quanto meno, io adoro andarci. Merrilee mi viene dietro perché senza di me non sa cosa fare, e anche se questo normalmente mi da fastidio, non me né da quando siamo dai Covey, perché c’è Lenore Dove. Con lei si fanno un sacco di cose troppo divertenti. Possiamo giocare con gli strumenti musicali dei suoi zii, cantare, correre nel Prato e ogni tanto, quando nonna e i suoi zii si distraggono a parlare di chissà cosa, scappare nel bosco oltre la recinzione. Non ci sono regole, con Lenore Dove. E io adoro non avere regole. Essere soltanto… Io. È bellissimo.
— Davvero? — sussurro
— sì, ma non saltare di gioia. — mi ferma subito — Sto lavorando per convincere tua madre a farti fare le lezioni di pianoforte, se scopre che vi ho portate al Prato… Puoi scordarti sia quello che le
lezioni —.
Le stampo un bacio enorme sulla guancia e lei mi abbraccia forte
— Sei davvero più alta — osserva
— non è vero — ribatto
— sì, invece! Guarda, mi arrivi al mento. Oh, la mia piccola May sta diventando grande —.
Vedo delle piccole lacrimucce formarsi agli angoli dei suoi occhi, e le asciugo con la manica. Non mi piace quando la nonna piange, e poi che motivo c’è di piangere? Io non vedo l’ora di diventare grande. Avere le mie non-regole, la mia libertà, proprio come lei. Certo, invecchiare fa un po’ paura… ma quello che viene prima? Sembra una cosa incredibilmente figa. Fortunatamente, la nonna si riprende subito e mi fa un altro gigantesco sorriso.
— Vuoi provare un po’ di caffè? Potrebbe darti un po’ di energia, la giornata sarà lunga —.
Annuisco, contenta. Ha ragione. La giornata sarà lunga. Andare al Prato sarà divertente, come sempre, ma la festa dopo? Bleah. Sarà una tortura. Il fatto è che le feste di compleanno… Immagino che potrebbero essere divertenti, il potenziale c’è, ma si rivelano sempre una noia mortale. La casa si riempie di amici di Merrilee che mi danno baci e abbracci pur senza avermi mai rivolto la parola e ci portano regali rigorosamente uguali, poi facciamo una serie di giochi noiosissimi che sembrano piacere solo ad Asterid - neanche a Merrilee, ad Asterid - e poi facciamo quello strano rituale intorno alla torta con quella strana canzoncina che risulta sempre un po’ fuori tempo perché devono inserire entrambi i nostri nomi invece che uno solo, come da tradizione. La cosa peggiore è che per tutto il tempo devo fingere che siano anche amici miei e sorridere. E non è assolutamente così. Ripeto, sono amici di Merrilee. Merrilee la buona. Merrilee la simpatica. Merrilee la perfetta. Bleah. Merrilee è… non so cosa sia, in realtà. Sicuramente è la mia gemella, ma poi? Cosa le piace fare? Cosa le piace indossare? Dove le piace andare? Non lo so, secondo me nulla. Vuole sempre seguire me, vestirsi come me, andare dove voglio andare io. Non ha una personalità al di fuori di me. Eppure, tutti l’adorano. Letteralmente, quella Asterid praticamente bacia il terreno dove Merrilee cammina, e viceversa Merrilee fa la stessa cosa con lei. Quando ho chiesto il perché alla nonna, lei ha detto che “Si attirano più mosche con il miele che con l’aceto”. Non ho capito, ma mi ha detto che avrei capito crescendo. Non so, è passato una settimana e ancora non ho capito. In ogni caso, il punto è che la mia unica amica è Lenore Dove, e lei non potrà venire, quindi dovrò annoiarmi tutto il tempo. Sospiro.
— Non puoi lasciarmi al Prato, oggi pomeriggio? — chiedo — Non ho voglia di fare la festa —
Nonna scuote la testa — lo sai che non posso, e poi, non credi sia il momento di… Non so, fare amicizia con gli altri bambini? — domanda
La guardo inorridita — perché dovrei? —
— perché l’anno prossimo andrete tutti a scuola insieme, e May… è importante avere degli amici —
Sbuffo — io ho degli amici. Ho te —
— io non sarò qui per sempre. — osserva la nonna — E anche non fosse così, ti servono degli amici della tua età —
— tipo quella Asterid? Neanche in un milione di anni. Ma le senti quando parlano, lei e Merrilee? Sono tutte “Ohhhhh guarda che treccia bella che ho fatto! Ohhhh quanto amo saltare sul letto! Ohhh guarda che carino il figlio del calzolaio! Oh! Oh! Ohhhhh! Ohhh, May, non vedo l’ora di passare la vita con te nel negozio di dolci, con Asterid accanto in farmacia! Ohhhh” —.
La mia interpretazione di Merrilee è così realistica che mi aspetto che la nonna applauda, ma non lo fa. Anzi, mi guarda allarmata, e il suo sguardo schizza da me alla porta dell’anticamera. Mi volto lentamente, anche se so già chi incontrerò sulla soglia della porta. Riesco a sentire il suo sguardo su di me. Merrilee. Ohhhhhh… Sono nei guai. Merrilee sa che non mi piace Asterid. Non è certo un segreto, considerato che la settimana scorsa le ho chiuso le dita nella porta. Ma fare l’imitazione di lei e Asterid potrebbe essere un pochettino troppo, persino per lei, che tendenzialmente non reagisce mai a nulla. La nonna mi fa scendere dalle sue ginocchia, per andare da Merrilee. La prende in braccio, la bacia, l’abbraccia, le fa fare la piroetta e la misura con i palmi, proprio come ha fatto con me, ma Merrilee non la degna di uno sguardo. I suoi - o i miei - occhi azzurri non si spostano da me. Non sbatte neanche le palpebre. È un po’ inquietante. Quando si siede a tavola, mi costringo a farle gli auguri di compleanno.
— Tanti auguri — dico
— Ohhh, grazie, May! Ohhh, sono così felice di passare un altro compleanno con te! —.
Sgrano gli occhi. Sta facendo il verso a me che faccio il verso a lei? Questa sì che è una novità. Guardo la nonna, nella speranza che mi suggerisca qualcosa da dire per tirarmi fuori dai guai, ma vedo che è sorpresa quanto me, se non di più. È la prima volta che Merrilee fa qualcosa del genere.
— Ohhh, May! May! May! Non vedo l’ora di passare tutta la vita con te. Tu e io! Io e te! Per sempre! Ohhh — continua
— allora, io non parlo così — sbotto
— nemmeno io, stronza— replica
— nonna! Parolaccia! Parolaccia! — grido.
Se fossimo state sole, l’avrei fatta nuova. L’avrei legata per i capelli alla maniglia della porta e avrei cominciato a sbatterla fino a staccarglieli tutti dal cuoio capelluto, ma davanti la nonna devo giocare d’astuzia.
— Okay, okay. Basta. Tutte e due. — interviene la nonna — È il vostro compleanno e abbiamo tante cose da fare. Dobbiamo andare al Prato, oggi pomeriggio ci sarà la festa e dopo Asterid rimarrà qui a dormire. Se litigherete, vostra madre cancellerà tutto, lo sapete. Quindi cercate di comportarvi bene —.
Anche se il nostro rapporto è decisamente particolare, ci basta uno sguardo per capirci. La nonna ha ragione. Se la mamma ci vede litigare, ci chiuderà in casa per tutto il giorno e cancellerà la festa. Niente Prato per me, niente festa e Asterid per lei. Ci conviene quanto meno fingere, almeno fino a sta sera, di tollerarci. Possiamo farcela. Io posso farlo sicuramente, lo faccio già tutti i giorni.
Fingere si rivela più facile del previsto, perché soffiate le candeline e fatte tutte le foto del caso, papà ci porta in negozio per mostrarci i nostri regali, due biciclette rosa. Erano mesi che io e Merrilee guardavamo i Pacificatori arrivare in piazza per andare al Palazzo di Giustizia sulle loro biciclette, disperandoci perché le volevamo anche noi. Soprattutto io. Mi piace troppo l’idea di schizzare a tutta velocità in giro per il Distretto, lontano da casa. Saltello come una stupida mentre Merrilee si lancia nei suoi soliti “Ohhh” di stupore suonando il campanello della bici e mamma e papà scattano contenti un sacco di foto. Le bici poi ci offrono la scusa perfetta per andare al Prato con la nonna mentre mamma e papà sistemano la casa per la festa, quindi quando la nonna torna dalla pasticceria sia io che Merrilee le saltiamo addosso, chiedendole di uscire in fretta. La nonna ovviamente acconsente, e scappiamo via sulle nostre biciclette prima che la mamma faccia troppe domande. Andare in bici è facilissimo, e presto io e Merrilee stiamo sfrecciando verso il Prato, inseguite dalla nonna che ci grida dietro. Non ci fermiamo però. Senza neanche dirci nulla, iniziamo una competizione all’ultimo sangue a chi arriva prima e presto la voce della Nonna non la sentiamo neanche più. Ci tagliamo la strada a vicenda, fino a quando non la supero e mi allontano da lei di almeno un paio di metri. Conosco la strada per arrivare da Covey e anche non la conoscessi la casa dei Covey è facilissima da individuare perché si trova proprio all’inizio del Prato, ed è circondata da un giardino pieno di fiori colorati. Riesco già a distinguerla in lontananza, quindi pedalo ancora più velocemente. Mi volto un secondo, per vedere dove si trova Merrilee, ma di lei non c’è traccia. Perfetto. Un po’ di tempo da sola è quello di cui ho bisogno adesso. Sotto sotto, voglio bene a Merrilee, ci mancherebbe. Ma la sua dipendenza da me è estenuante. A me piacciono le persone che hanno carattere, come la nonna. Quelle che si esprimono. Quelle con cui si può litigare. Quelle che non ascoltano nessuno. È per questo che non mi piacciono gli amici di Merrilee. Non solo fanno tutti “Ohhh”, ma hanno tutti le stesse idee, fanno tutto quello che gli dicono gli adulti. Se un adulto dicesse ad Otho Mellark di girare nudo per la piazza, quell’idiota lo farebbe. Lo so perché ho sentito la madre sgridarlo dopo che aveva detto di voler imparare uno strumento come quelli dei Covey, dirgli che lui doveva imparare a fare il pane, e da quel giorno non solo non l’ho mai più sentito parlare di musica, ma lo vedo girare per la piazza con le mani bruciate per colpa del forno quasi sempre. È deprimente. Ecco, loro sono tutti così. Hanno tutti le stesse opinioni che gli mettono in testa gli adulti. Alcune non sono neanche del tutto sbagliate. È vero che quelli del Giacimento puzzano tutti, perché lì lavorano nelle miniere e non c’è l’acqua corrente, nemmeno quella fredda che abbiamo noi in città. Ma che l’unica possibilità nella vita sia lavorare nel negozio di famiglia e aspettare di morire? Non ci credo. Si possono seguire le proprie passioni, bisogna solo volerlo. Io lo voglio. Voglio cucire per sempre vestiti come quelli che aveva la nonna quando era giovane. Voglio imparare a suonare come fa Lenore Dove. Voglio la mia casa che da sul Prato. E non posso avere a che fare con persone che non vogliono, mi mettono tristezza. Schiaccio con forza i freni e mi fermo davanti la porta dei Covey, contenta. Salto giù dalla bici, metto il cavalletto e corro alla porta. Busso una volta sola, per non disturbare. Mi apre Clerck Carmine, uno degli zii di Lenore Dove. Guarda prima me, poi la bici, e poi di nuovo me. Nei suoi occhi c’è la stessa domanda di tutti quando mi vedono da sola. “Chi sei delle due?”. Sospiro.
— Maysilee. — gli dico — Sono Maysilee —
Lui annuisce soltanto — Buon compleanno, May — poi mi indica il Prato — Lenore Dove è nel Prato, se vuoi raggiungerla —
— grazie… — non mi da il tempo di finire la frase che chiude la porta.
Clerck Carmine non è uno di molte parole. Sono abituata ormai. Lo conosco da quando ho memoria, perché lui e la nonna sono amici di vecchia data. Tanto tempo fa, i Covey si esibivano regolarmente al Forno, il mercato nero, e la nonna andava a tutti i loro spettacoli. Adesso che alcuni di loro non ci sono più, come la mamma di Lenore Dove, che è morta quando è nata lei, non cantano più e si esibiscono solo alle feste di compleanno del sindaco e del capo dei Pacificatori, ma la nonna mi racconta sempre di quanto erano bravi e di quanto fossero belli e divertenti i loro spettacoli. Ogni tanto, credo che esageri un po’, ma se erano fantastici anche solo la metà di quello che la nonna racconta, dovevano essere fenomenali. In assenza di una strada sterrata, porto la bicicletta con le mani fino al posto dove di solito trovo Lenore Dove. Per qualche motivo, le piace starsene seduta su una roccia in particolare circondata dalle sue oche, quindi di solito la trovo lì. Oggi però non ci sono le oche, ma sta armeggiando con un bizzarro strumento musicale che non ho mai visto. Deve sentire il rumore della bicicletta, perché si volta improvvisamente, e mi sorride. Anche io le sorrido.
— Maysilee — le dico
— lo so. Tanti auguri, May —.
Sorrido ancora di più. Mi piace essere riconosciuta.
— Hai un nuovo strumento — osservo
— tu hai… una bicicletta — il suo sguardo si illumina, quando realizza cosa ho portato
— sì! — esclamo.
Inizia a farmi un sacco di domande, senza darmi il tempo di fargliene sul suo nuovo strumento, che sembra molto più interessante della bici adesso. Ci gira intorno, prova a salirci sopra, ma rischia di cadere quindi cambia subito idea. Non mi chiede dove sono Merrilee e la nonna, sembra contenta di essere sola con me, almeno fino a quando non arriva Merrilee. A quel punto tutte le attenzioni si spostano su di lei, come sempre. Lenore Dove inizia a girare intorno anche alla sua bici, curiosa, come se fosse diversa dalla mia, facendole un sacco di complimenti.
— Cosa è lo strumento? — chiedo, interrompendole
— quale strumento? — chiede Merrilee
— oh, quello. È un regalo che mi ha fatto Clerck Carmine. — spiega Lenore Dove — L’ho chiamata la “Scatola delle canzoni”, ma… è tutto quello che ho fatto. Sto cercando di imparare a suonarla —
— forse nonna lo sa fare — osservo
— forse — concorda Lenore Dove.
Nonna ha insegnato a Lenore Dove ha suonare il pianoforte. C’è un solo pianoforte in tutto il Distretto, nella casa del sindaco, ma è riuscita a fare un accordo con lui per poterlo usare con Lenore Dove due volte la settimana. E a quanto pare, sulla base di quello che mi ha detto oggi, è riuscita a fare un accordo per poterlo usare anche per dare lezioni a me.
— Sai, la nonna sta convincendo la mamma a far imparare anche a me a suonare il pianoforte — comunico
— davvero? — Lenore Dove si volta verso Merrilee — Verrete a fare lezione con me? —.
Merrilee fa spallucce — a quanto pare. È la prima volta che lo sento, però per me va bene —
— non “Noi”. Solo io. Me lo ha detto la nonna stamattina — spiego
Lenore Dove mi guarda — solo tu? —
— sì —
— e io che dovrei fare mentre tu fai le lezioni di pianoforte? — chiede Merrilee
— che ne so io? Vai da Asterid, a fare “Ohhh” — sbotto
— fare “Ohhh”? — chiede Lenore Dove
— lascia stare. — borbotta Merrilee — Si è svegliata arrabbiata —
— perchè? Per i Giochi? —.
Io e Merrilee ci guardiamo.
— Quali Giochi? — chiede Merrilee
— come quali Giochi? Quelli che ci sono dopo la mietitura, gli Hunger Games — dice Lenore Dove.
Gli Hunger Games sono un reality show che organizzano a Capitol City, dove ci stanno i ricconi quelli che hanno tutto quanto. Ogni anno mandano una cittadina di Capitol a scegliere un ragazzo e una ragazza che dovranno partecipare. Tendenzialmente, dopo i Giochi questi qui non tornano mai a casa, perché diventano tipo stra-famosi a Capitol, o almeno così ci ha detto papà. Non mi sono mai interessati più di tanto. Io e Merrilee partecipiamo solo alla cerimonia della mietitura, perché è obbligatorio, ma poi non seguiamo mai il reality, non ci interessa granché. È l’unica cosa su cui siamo d’accordo: a noi non piace lo sport.
— Non li guardiamo quelli. — dico io — Sono arrabbiata perché Merrilee è stupida —
— io? Ti sei mai vista allo specchio? — mi provoca lei
— lo sto facendo adesso, e vedo te. Stupida! —
Lenore Dove ridacchia appena. C’è qualcosa di strano adesso, sembra un po’ confusa, come se ci fosse qualcosa di strano nel fatto che io e Merrilee non seguiamo quello stupido reality, però non riprende l’argomento, e ci chiede se possiamo insegnarle a pedalare. Ovviamente, accettiamo. Trasportiamo le biciclette quasi fino al confine della recinzione, dove il terreno è più pianeggiante. Non è l’ideale, ma è meglio di niente: non possiamo andare in città, perché la mamma non può sapere che siamo con lei, e non vogliamo stare con i grandi. Ovviamente, Lenore Dove chiede a Merrilee se può aiutarla a non perdere l’equilibrio sulla bici. Vorrei che Merrilee fosse rimasta a casa, ad aiutare la mamma ad organizzare la festa. Avrebbe dovuto, a lei non piace neanche stare qua. Sotto sotto so che condivide con la mamma l’idea che Lenore Dove - e i Covey in generale - siano cattive influenze. E poi so per certo che non le piace stare così vicino alla recinzione, perché ha paura che i Pacificatori ci riproverebbero se ci vedessero. Poteva starsene a casa, lasciarmi almeno un momento in pace. Invece no, deve stare qua ad attirare l’attenzione su di lei. Il bello è che poi dice che è il “Nostro” compleanno. Non è neanche così brava, sulla bici. Non quanto me almeno. Io sono arrivata qui molto più in fretta di lei. Lenore Dove invece se la cava abbastanza bene, va veloce anche se trasporta pure Merrilee sul sellino troppo stretto, e sembra si stia divertendo. Beh, come potrebbe non divertirsi? La bicicletta è forte. Non quanto andare nei boschi, ma comunque non è male. Le raggiungo pedalando.
— Bello vero? — domando
Lenore Dove annuisce — sì, vorrei averne una anche io —
— puoi usare le nostre quando vuoi — dice Merrilee
— davvero? — chiede lei
— certo! — risponde Merrilee — Posso lasciartela se vuoi, così fai pratica —
— non penso ci sia altro da imparare, oltre pedalare — osserva Lenore Dove
— secondo me sì, invece. Scommetto che si può andare senza tenere il manubrio — intervengo
Merrilee scuote la testa — non mi sembra una buona idea —
— ohhh scommettiamo? — la provoco
— davvero, May, sono seria. Non è una buona idea —
— ohhh, hai paura? Guarda qua! —.
Le supero e lascio andare il manubrio, sollevando le braccia in aria. Adesso vediamo chi penseranno che è la più brava tra noi due.
— Dicevi, Merrilee? —
— sono seria! Afferra quel coso! — la sento gridare alle mie spalle, ma non l’ascolto.
È ancora più divertente andare in giro così. Mi piace il modo in cui l’aria passa tra le dita aperte. Mi diverte vedere il manubrio traballare. Improvvisamente la ruota colpisce qualcosa e il manubrio ruota improvvisamente verso sinistra prima che io possa afferrarlo. Cado di lato, scaricando tutto il peso sul piede sinistro che si piega in una maniera decisamente poco graziosa e la bici mi finisce di sopra. Grido, ma non perché mi sto divertendo. La bicicletta mi schiaccia la pancia e il piede pulsa come la guancia dopo una sberla della mamma. É imbarazzante, ma i miei occhi si riempiono di lacrime. Cerco di non farle cadere, ma non posso proprio farne a meno. Prima di rendermene conto, sto piangendo come una neonata. Lenore Dove frena a pochi metri da me e aiuta Merrilee a tirare su la bicicletta che mi è finita addosso. Vorrei dirgli di andarsene, a tutte e due, ma riesco solo a singhiozzare.
— Fa male! Fa male! — mi lamento
— dove? — chiede Merrilee.
— il piede e la pancia — dico tirando su con il naso
— è messo male. — osserva Lenore Dove — Riesci a camminare? —.
Mi tende le mani per aiutarmi a mettermi in piedi, ma appena poggio il piede a terra grido di nuovo e mi ributto a terra, tirandomela di sopra.
— Ahi! — grida lei
— scusa, — piagnucolo — fa troppo male —.
Merrilee tira su Lenore Dove, afferrandola per il colletto del vestito, e le sussurra qualcosa che non capisco. Gli chiedo che sta dicendo, ma non mi risponde, e un secondo dopo Lenore Dove è schizzata via sulla sua bicicletta.
— Dove… ? —
— lascia fare a me. — risponde Merrilee — Adesso ti porto fino a casa dei Covey —
— non posso camminare. — protesto — Fa male! Fa malissimo! — indico la mia caviglia, che sta diventando più grande della scarpa — Guarda che disastro! —
— stai zitta, per favore. — borbotta Merrilee — Cerca di tenere sollevato il piede mentre ti tiro su, okay? —.
L’ultima cosa che voglio è il suo aiuto, ma non ho scelta. Mi aiuta a saltellare fino alla mia bici.
— Io non ci salgo. — le comunico — Ho paura —
— fattela passare. Non posso portarti in braccio —
— e se mi spingi a terra! —
— ma ti pare! Non essere stupida, May! Sali su questa stupida bici! —
— no! —
— sali! —
— no! —.
Merrilee sbuffa, poi si piega in avanti — prova a salire sulla schiena —
— non puoi chiamare la nonna? — domando.
La nonna saprebbe cosa fare. Mi porterebbe fino dai Covey e troverebbe una soluzione.
— E lasciarti qui da sola? Per dirle cosa, poi? Che stavi facendo la stupida? Vuoi prenderti un’altra sberla dalla mamma? Dovremmo inventarci una scusa. Sali adesso, prima che ti lascio qua e vado alla nostra festa da sola —
— vai pure! Non mi piace la festa tanto! —.
Merrilee mi afferra per i fianchi e mi tira su. Mi solleva di appena tre centimetri, tanto che il mio piede buono tocca ancora a terra, ma se ne frega e inizia a camminare. Protesto, le dico di mettermi a terra e di andare a chiamare la nonna, ma lei mi ignora e dopo un po’ sono costretta ad arrendermi. Non mi ero resa conto di quanto ci fossimo allontanate, con le bici. Se andasse a chiamare la nonna, impiegherebbero almeno un ora a tornare indietro. E ci staremmo un altra ora a tornare a casa. Merrilee intanto sbuffa e si lamenta, ma non sembra essere arrabbiata con me, più con il sasso che ho colpito mentre pedalavo. Concordo, è stata tutta colpa del sasso, ma… è un sasso. Che senso ha prendersela con lui? Nessuno.
— Mi metti a terra? Posso provare a saltellare — mi offro dopo un po’
— no… Non… — sbuffo — Ti preoccupare… — altro sbuffo — Ci… — due sbuffi — Siamo quasi… — tre sbuffi — Diremmo che… A mamma… che sei inciampata, okay? La bici… — sbuffo lunghissimo — Non c’entra, capito? — ansima — Non voglio che mamma… Si arrabbi con te — altri due sbuffi e un sospiro — … Non oggi —
Quasi mi viene da ridere guardandola in faccia, perché assomiglia a un pomodoro appena lavato, rossa e sudata com’è. Ma perché lo sta facendo? Siamo litigate. Forse sotto sotto ha paura che ci portino via le bici? Potrebbe, ma… Ha letteralmente appena detto un’altra cosa. E Merrilee è tante cose, ma non è bugiarda. Se dice una cosa, è perché la pensa. Di solito pensa e dice cose stupide, ma questa è una cosa carina. Più o meno. Non c’è niente di eroico nel non volere che tua madre si arrabbi con la tua gemella, neanche io voglio che la mamma si arrabbi con lei, ma abbiamo litigato stamattina. Sono stata cattiva con lei. E con la sua amica. Dovrebbe volere che mamma si arrabbi con me. Non dico nulla però, annuisco e basta. Quando in lontananza distinguiamo la casa dei Covey, Merrilee avvicina pericolosamente la bocca al mio orecchio e per un attimo penso che voglia morderlo.
— Adesso… — mi ansima nell’orecchio, che schifo — Vedi di essere gentile. O… — sbuffa — Ti riporto indietro —
— he? —.
Mi volto verso la casa. Vedo Tam Amber e Clerck Carmine venirci incontro e dietro di loro distinguo una testa bionda. Ohh no. Non l’ha fatto davvero. Vero? Per favore, no. Tutto ma non lei.
— Merrilee… — la minaccio
— gentile o ti riporto indietro. E ti giuro, non dirò a nessuno dove ti ho lasciato —.
Riprendo a piangere. Questa volta dalla vergogna. Non voglio l’aiuto di Asterid March. E invece è proprio quello che ricevo. Clerck Carmine mi prende in braccio e mi porta fin dentro casa, seguito da Asterid che mi riempie di domande su quello che è successo. Io non le rispondo, troppo impegnata a piangere, e lascio che sia Lenore Dove a parlare. Merrilee è troppo occupata a buttare giù litri d’acqua vicino alla nonna che cerca di assicurarsi sia ancora viva. Ascoltata la spiegazione, Asterid esamina la mia caviglia con attenzione. A un certo punto l’afferra e la schiaccia. Grido.
— Sei scema? — sbotto
— Maysilee Donner! — Merrilee grida, sputando acqua da tutte le parti — Gentilezza! —.
Tutti la guardano, scioccati, tranne Lenore Dove che ride come una pazza in un angolo. Cosa sta succedendo alla mia vita? La prima a riprendersi dallo shock è Asterid, che scuote la testa.
— Va bene così… È rotta, come minimo. Deve fare molto male. — mi giustifica — Per sicurezza, dovrà darci un’occhiata mia mamma, ma sì… Sono abbastanza sicura che sia rotta. Avete delle stecche e delle bende, signor Tam Amber? Dobbiamo immobilizzarla —.
Ripeto, cosa sta succedendo? Da quando Asterid March parla in modo così… Serio?
Tam Amber fruga un po in giro, poi tira fuori delle stecche di metallo e della benda ingiallita e offre il tutto ad Asterid, che inizia a fasciarmi il piede.
— Ti farò un po’ male. — mi comunica — E buon compleanno. A tutte e due — aggiunge
— grazie — borbotto io, mordendomi la lingua per non cominciare a piangere di nuovo dal dolore.
Lenore Dove mi si avvicina curiosa. Sono così imbarazzata. Mi sono umiliata davanti la persona migliore del Distretto, cadendo e piangendo come una bambina, e ora è qui che mi guarda trattenere le lacrime mentre “Asterid-Ohh-March” si prende cura di me. Voglio sotterrarmi.
— Fa male? — chiede Lenore Dove
— sì —
— beh, hai imparato la lezione almeno? — mi domanda
— che lezione? —
— vantarsi non porta a nulla. Si prendono più mosche con il miele che con l’aceto — mi dice
Trattengo un grido, mentre Asterid stringe le bende — che significa? —
— che bisogna essere gentili e umili se si vuole ottenere qualcosa. Non presuntuosi —.
Non rispondo. Cosa significa “Presuntuosa”? Non sembra una bella parola. E cosa significa questa conversazione? È la stessa frase che mi ha detto la nonna, parlando di Merrilee. Mi sta dicendo che Merrilee le piace e io no? Questa giornata potrebbe andare peggio di così?
La risposta è sì. La giornata poteva andare molto peggio, e infatti ci è andata. Sono tornata a casa da sola con la nonna, mentre Merrilee e Asterid andavano a prendere le biciclette, e mi ha rimproverata per tutto il tragitto. Solo prima di entrare in casa mi ha promesso che non avrebbe detto alla mamma quanto fossi stata stupida ad andare in bici senza tenere il manubrio e mi ha abbracciato, illudendomi che mi avrebbe aiutata a mentire per poi andare a chiamare la signora March. La mamma mi ha rimproverato dal momento in cui ho messo piede in casa fino all’ora di pranzo, persino durante la visita della signora March. Se possibile, ha gridato ancora di più durante la visita, quando la signora March ha confermato che la caviglia era rotta. Non sa neanche la verità, è semplicemente arrabbiata perché sono stata “Distratta, con la testa in aria, indomabile, come al solito”. Parole sue, non mie, ovviamente. E adesso sono seduta sulla poltrona della nonna, con la gamba sinistra appoggiata a una sedia, al centro della festa di compleanno. Papà ha accennato all’idea di rimandarla, perché non avrei potuto divertirmi, ma la mamma non ha voluto sentire storie e io non mi sono sentita di insistere. Dovevo un favore a Merrilee, dopotutto, e anche ad Asterid immagino. Mi hanno salvata oggi, letteralmente. Il perché, devo ancora capirlo, ma l’hanno fatto e questo è tutto quello che conta. Certo, ora che guardo Otho Mellark cercare di afferrare un bicchiere con le sue mani fasciate vorrei soltanto trascinarmi da lui e rovesciargli l’acqua addosso, ma immagino di poter resistere. Tra qualche ora, rimarrà solo Asterid, e la nonna mi ha promesso che quando tutti tranne lei saranno andati via andremo in camera sua, a finire il vestito su cui stiamo lavorando. Un bellissimo vestitino blu, con delle perline bianche sull’orlo. Abbiamo quasi finito, ormai. Dobbiamo solo cucire l’orlo e ricamare le perline…
— Hey! Hey! Silenzio! Silenzio! — grida Asterid, sollevando un piattino — È il momento della torta! —.
Un mormorio di entusiasmo riempie la stanza, mentre la nonna spegne le luci. Merrilee mi si avvicina e mi prende per un braccio. — Saltelli o devo prenderti in braccio? — mi chiede
— saltello — borbotto, appoggiandomi a lei.
Papà mi aiuta a sedermi dalla parte opposta del tavolo rispetto agli amici di Merrilee, mentre lei rimane in piedi. Dalla cucina, proviene la luce tremolante delle candeline. Questo è il momento che odio di più. La canzoncina è così imbarazzante… Lo sarebbe anche se non fossimo in due. È semplicemente imbarazzante starsene qua a sorridere mentre tutti cantano. Mi piace farmi notare, vero, ma non così. La mamma esce dalla cucina, tenendo alto sopra la testa il piatto con la torta fatta dal signor Mellark. Devo dire che si è superato, con questa torta, tutta piena di fiorellini fatti di pasta di zucchero. Sto quasi per sorridere, nonostante la canzoncina, quando la luce del televisore riempie la stanza e la mamma grida. Tutti ci giriamo verso il televisore, e in poco tempo tutti stiamo gridando. Anche io sto gridando. Ci sono due ragazze piene di sangue sullo schermo, che tengono in mano due grossi pezzi di ferro appuntiti e stanno palesemente cercando di infilzarsi a vicenda. A un certo punto, una riesce ad infilzare l’altra, letteralmente. Il pezzo di ferro appuntito buca la gola dell’altra ragazza e spunta dall’altro lato del suo corpo, facendo schizzare il suo sangue dall’altra parte come sugo in una pentola. Mi aggrappo a Merrilee, che mi salta letteralmente addosso, continuando a gridare. Dalla televisione proviene uno scoppio fortissimo e una voce che non conosco comincia a gridare qualcosa che non capisco dagli altoparlanti, a causa del trambusto generale. Sento solo due parole. Hunger Games.
Hunger Games. Il reality show di Capitol City. Quello che ti rende famoso.
Quella cosa che ho appena visto sullo schermo non ti rende famoso. Ti uccide. So cosa è la morte, ovviamente. Ma la nonna mi ha detto che succede alle persone vecchie, spesso mentre dormono, ogni tanto quando sono circondate dai loro familiari. Che è una cosa pacifica, di cui è normale essere spaventati ma a cui non si deve pensare prima di essere tanto tanto tanto vecchi. Che anche se è una cosa permanente, non significa che cancella tutto quello che c’è stato prima. Quello che ho visto non è pacifico. Neanche un po’. Tutti continuano a gridare e io scoppio a piangere, stretta ancora a Merrilee, che respira affannosamente, come questa mattina.
— Maysilee! — mi chiama, ma non capisco cosa vuole.
Non capisco neanche cosa voglio io. Vorrei correre il più lontano possibile da tutto quello che sta succedendo, ma oltre il fatto che ho il piede bloccato o come la sensazione che non potrei correre abbastanza veloce da fuggire da qualsiasi cosa stia succedendo. E adesso sto ansimando anche io, chiamando Merrilee e la nonna come una disperata. Aiuto. È tutto quello che riesco a pensare.
Aiuto. Aiuto. Aiuto. La televisione viene spenta, non so da chi o come, ma la situazione non si calma.
Stiamo tutti piangendo. La nonna, mamma e papà cercano di tranquillizzarci tutti quanti, ma serve a poco. Quando la nonna mi passa accanto, le afferro la manica del vestito.
— Nonna, voglio andare via! Voglio andare via! — piango.
Nonna mi prende in braccio, afferra Merrilee per una spalla e ci trascina via, verso la sua stanza. Attraversando il soggiorno, tra le lacrime, vedo Asterid immobile al centro della stanza, l’espressione vuota, come quella della ragazza che è stata bucata dal pezzo di ferro. Grido ancora più forte. Nonna praticamente mi lancia sul suo letto e mi spinge Merrilee di sopra, poi ci abbraccia. Non dice niente però, e questo non è un buon segno. La nonna sa sempre cosa dire. Sempre.
— Nonna… ? — ansimo — Cosa era quello? — le chiedo
— No! No! No! Non lo voglio sapere! — grida Merrilee
— va tutto bene, va tutto bene — ci ripete, ma sembra che lo stia dicendo a sé stessa più che a noi.
Dal soggiorno provengono pianti e grida per un’altra decina di minuti, poi la porta si apre e dopo un po’ cala il silenzio. Beh, quasi. Merrilee continua ad ansimare e io non riesco a smettere di piangere, ma in soggiorno sembra che tutti si siano calmati. Dopo qualche secondo, anche la porta della stanza della nonna si apre, ed entra la signora March. Guarda me e Merrilee con una tale pietà negli occhi, che per un attimo penso di essere io la ragazza a cui hanno bucato la gola. Senza dire niente, la signora March afferra Merrilee per la faccia, io le grido di lasciarla andare e provo a fermarla, ma la nonna mi impedisce di muovere le braccia e lascia che la signora March le versi in bocca qualcosa che non riesco a distinguere. La incita a bere, e dopo un po’ Merrilee smette di ansimare, si rannicchia su sé stessa e si addormenta. La signora March si avvicina anche a me, ma io le mordo una mano.
— Maysilee! — grida la signora
— Via! Via! Cosa hai dato a mia sorella? — grido
— sono erbe… Servono a calmarsi — dice lei.
Guardo Merrilee. Non mi piace vederla così inerme. Sarà quella che è, miele, aceto, non mi importa, ma non mi piace vederla in quel modo. Non sembra lei. E poi non voglio dormire, se chiudo gli occhi, rivedo tutto.
— No, per favore. Sto… Sto bene —.
La signora March guarda la nonna, come per chiederle cosa fare, ma la nonna le fa cenno di andare via e lei ubbidisce. Mi rannicchio contro il fianco della nonna. Ascolto il battito del suo cuore. Il suo respiro. La stringo. Dopo un po’, mi faccio forza.
— Mi hai mentito — dico
— di che parli? —
— hai detto che la morte è pacifica —.
La nonna mi prende la testa e mi costringe a guardarla. Sta piangendo anche lei.
— Lo è. O almeno, dovrebbe esserlo. — mi dice — Purtroppo però… Ci sono delle cose, May, cose brutte… — esito — Malattie, incidenti. Queste cose la rendono meno pacifica —
— quella non era una malattia! Quelli erano gli Hunger Games! Mi avete mentito! Ci avete mentito! — sbotto, colpendola sul petto
— ascolta, ascolta. Lascia che ti spieghi, per favore. Sai cosa è la mietitura, no? —
Annuisco
— bene. Dopo la mietitura, i ragazzini vanno davvero a Capitol City per partecipare agli Hunger Games, ma non sono un reality show. Almeno, non per noi dei Distretti. Da ognuno dei Distretti, ne prendono due. Sai quanto fa 2 ripetuto per 12 volte? —
— ventiquattro, ma che c’entra? — chiedo, non capendo perché mi sta interrogando in matematica
— di questi ventiquattro, solo uno torna a casa. Gli altri… muoiono, Maysilee —
— ma… quella ragazza… non è morta… era viva… era… c’era l’altra… e avevano il ferro… e…
e… —.
Sto capendo, in realtà, ma è come se il mio cervello non riuscisse ad afferrare quello che ho capito. O non volesse. La nonna mi lascia balbettare fino a quando non riesco a dare forma a quello che ho capito.
— Si uccidono tra di loro, nonna? —
Lei annuisce — sì. Sono cattivi, a Capitol City, Maysilee. Costringono i ragazzini a combattere o tra di loro o con la fame o con la sete o contro… beh, contro delle specie di animali, è difficile da spiegare. Il punto è che fino a quando non rimane solo uno di loro, Capitol City continua a farli combattere. Poi prende quello che è rimasto, gli da un sacco di soldi, una bella casa, lo chiama “Il vincitore” e lo spedisce a casa —
— ma… Perché? — chiedo — Perché? cosa gli hanno fatto i ragazzini? —
— niente. Tanto tempo fa, c’è stata una guerra. I Distretti hanno provato a ribellarsi contro Capitol City ma hanno perso, e adesso Capitol City li punisce così. Ogni anno, gli porta via un ragazzo e una ragazza —
— ma perché diamine i Distretti si sono ribellati? Non potevano farsi i cavoli loro ed evitare la punizione? — chiedo
La nonna riesce a sorridermi — pensaci un attimo. Tu sai che la mamma si arrabbierà quando indosserai qualcosa di diverso da Merrilee, eppure lo fai lo stesso, perché? —
— perché lei non può decidere cosa devo fare. È la mia vita. Non la sua. Ma la mamma nel peggiore dei casi mi darà una sberla… Non mi ucciderebbe mai — osservo
— no, certo che no. Ci mancherebbe alto. Però… Pensa che Capitol City, decideva tutto quanto per i Distretti. Loro… Noi… — si corregge, e per la prima volta mi rendo conto che lei era viva quando sono successe le cose di cui mi sta parlando — Non potevamo sapere quale sarebbe stata la punizione. E anche l’avessimo saputo, avremmo comunque provato —
— ma perché?! Cioè… Era così terribile? Prima? —
— sì, May. Era così terribile. È, così terribile. È tutto esattamente come ora. Tutte le cose che odi, come il negozio di dolci dove mamma e papà ti vogliono far lavorare o le regole dei Pacificatori… Tutto era esattamente così —
— cosa c’entra il negozio, ora? — chiedo
— Capitol City fa le regole. Per loro, il Distretto 12 è la fogna più squallida di Panem, siamo solo minatori. I tuoi genitori, i genitori di Asterid, quelli di Otho… Sono fortunati, perché i loro genitori, tra cui tuo nonno, hanno fatto qualche soldino in più come commercianti, gli hanno insegnato il lavoro, e questo ha permesso a tutti voi di avere delle vite… leggermente migliori. Non troppo, ma abbastanza. Non avrete possibilità di fare altro se non imparare quello che hanno imparato i vostri genitori, se vorrete continuare ad avere una vita decente e non finire nelle miniere. Capitol City ha scritto un copione, Maysilee, e ci costringe tutti a recitare la parte che vogliono loro. Lo ha sempre fatto, abbiamo provato a cambiare le cose, ma non ci siamo riusciti. Anzi, abbiamo peggiorato le cose. Non sai quanto mi dispiace. Scusami, Maysilee. Scusami —
— non… Non è colpa tua. Nemmeno io voglio seguire il copione. Nessuno vuole, vero? —
— nessuno. — mi conferma la nonna — Neanche i tuoi genitori, ma sanno che non hanno altra scelta se vogliono che tu e Merrilee viviate a lungo e siate in salute —
— quindi… Gli amici di Merrile non sono solo degli stupidi che fanno “Ohh”, vero? Stanno solo seguendo il copione per non avere problemi con Capitol City? — domando, pensando ad Otho Mellark e alle sue mani bruciate
— esattamente. Non lo sanno ancora, ma è così. Anche per Merrilee è così. Su di te soltanto, — mi da un colpetto sul naso quando dice “Te” — per qualche motivo, la propaganda non ha funzionato. E dire che tua madre ci sta provando disperatamente da quando sei nata —
— per questo ci veste uguali e mi fa lavorare nel negozio anche se non mi piace. Per insegnarmi a seguire il copione —
— sì —.
Appoggio la testa sul grembo della nonna. Sono confusa. Troppe informazioni tutte di fila.
— Ma… Non c’è un modo per non seguire il copione, per scrivere il proprio? Senza uccidere
nessuno — aggiungo in fretta
— non lo so. — ammette la nonna — Se c’è però, so che tu lo troverai. Sei la persona giusta per farlo. Hai un fuoco dentro, non permettere mai a nessuno di spegnerlo —
— no, non voglio fare “Ohh”, non voglio seguire il copione. È da stupidi. Ci deve essere una soluzione. Se formassimo tipo… uno scudo, contro i pezzi di ferro, e ci buttassimo tutti sul presidente Snow? — propongo
La nonna ride — potresti provare, — mi concede — ma non so quanto andrebbe bene —.
Rimango un po’ in silenzio, a osservare Merrilee che dorme rannicchiata su se stessa.
— Volermi bene fa parte del copione di Merrilee? — domando
— no. Tua sorella ti ama davvero, davvero tanto. Non sapeva più di te cosa succede a Capitol City, ma sa che tu sei diversa. Vuole proteggerti —
— proteggermi da cosa? — chiedo — da Capitol City? —
— no, dalla vita nel Distretto. Ti rende le cose così facili, Maysilee… Non immagini quanto —.
Non rispondo. Ha ragione. Merrilee mi rende le cose facili. Fa decidere a me cosa indossare, per far stare tranquilla la mamma. Mi accompagna ovunque, per darmi delle scuse per uscire e fare quello che voglio. Viene con me dai Covey, perché sa che Lenore Dove preferisce lei a me. Non sa di fare queste cose, le vengono naturali perché è buona. “Si perdono più mosche con il miele che con l’aceto”… è tutta una questione di carattere. Merrilee ha un carattere facile, che piace, dolce come il miele. Io no. Nessuna di noi due è senza carattere, siamo solo diverse. Complementari, quasi. Il cinquanta percento della stessa persona. Separate, abbiamo molti pregi, ma solo insieme possiamo dare il cento per cento.
— Lo so, invece. Adesso lo so. — dico — Ma io non voglio le cose facili. Voglio cambiare il copione, non voglio lavorare al negozio. Voglio fare i vestiti. Non voglio vivere qui, con Merrilee, per sempre. Voglio una casa mia. Voglio… Voglio fare le cose a modo mio —
— hai tutto il diritto di provarci. Sono sicura che ci riuscirai. Hai tutta una vita per farlo —.
Provo a sorridere, ma non riesco. Vita. La mia vita di cui Capitol City ha già scritto il copione, un copione che prevede che in un qualsiasi 4 Luglio io possa ritrovarmi a partecipare agli Hunger Games.
— Nonna… Come funziona la mietitura? —
La nonna esita — Possono estrarre il tuo nome dal tuo dodicesimo compleanno fino al tuo diciottesimo, se superi i diciotto anni, sei fuori. Ogni anno, aggiungono un bigliettino con il tuo nome in più. Alcuni ragazzi, siccome le loro famiglie non hanno da mangiare, devono chiedere le tessere, una raccolta di olio e cereali da mangiare in cambio della possibilità di inserire un bigliettino in più con il loro nome. Chiunque può essere mietuto. Anche voi. — lo dice in fretta, come se potesse nasconderlo.
Ecco perché piangeva oggi, quando diceva che sto diventando grande.
— E se venissimo mietute dovremmo morire negli Hunger Games? — chiedo — Io non voglio morire nonna. Ho paura, che succede dopo? Cosa vedi? Cosa senti? Cosa succede… —
— shh, ascolta. Non è detto che si debba morire per forza. È vero. Il Distretto 12 ha una sola vincitrice e… Beh, la sua è un’altra storia. Il punto è che non è detto che tu debba morire. Non è detto che tu debba essere mietuta in generale. Raramente i ragazzi della città vengono mietuti —
— okay, ma se succede… che succede dopo? —
— non lo so. Nessuno lo sa. Il segreto è non pensarci fino a quando non arriva il momento —
— e che succede se… — guardo Merrilee.
Improvvisamente, non ho più paura di essere io a morire.
— nulla di quello che possono toglierti meritava di essere conservato. Capitol City non può portarti via le cose o le persone che contano. La tua personalità, la tua voce, l’amore di tua sorella… Queste cose nessuna edizione dei Giochi potrà portartele via. Lo capirai quando io morirò. Vedrai che non andrò da nessuna parte —
— ma… Sarai al cimitero —
— no, sarò sempre con te. Mi porterai con te, sempre —.
Toglie la collana che porta al collo, un filo unico intrecciato da cui pende un medaglione nero con incisa un elegante dalia e lo avvolge intorno al mio collo.
— In tutti i sensi — aggiunge.
Apro il medaglione. Dentro c’è una nostra foto. So di essere io e non Merrilee, perché ricordo il giorno che l’abbiamo scattata, appena sei mesi fa. Merrilee aveva la febbre, e io ero felice di essere sola con la nonna. Quanto sono stata stupida.
— Posso tenerlo? — chiedo ugualmente
— certo, — risponde la nonna — è il tuo regalo di compleanno. Volevo comunque che lo avessi tu —
— grazie, nonna. Ti voglio bene, ma… Ho un’altra domanda —
— dimmi —
— durante ogni nostro compleanno, ci sono questi Hunger Games? È sempre così? Mentre noi festeggiamo e riceviamo regali i ragazzi muoiono? —
Nonna sospira — quasi sempre, sì. I televisori si accendono da soli, dove funzionano. Di solito, i tuoi genitori staccano la spina per evitare che succeda. Devono esserselo scordati, con tutto quello che è successo oggi. Ogni tanto capita che i Giochi… Vabbè, Giochi, più omicidi legalizzati, direi io, ma comunque. Ogni tanto capita che finiscano prima del 14 Luglio, ma è raro. Rarissimo. Non capita da anni — mi spiega
— non festeggeremo mai più, vero? —
— probabilmente no. Ma non ti preoccupare, vi farò comunque un sacco di regali —.
Inutile dire che la festa è saltata in aria. Verso cena, Asterid passa a salutare e a lasciarci i suoi regali, ma trova solo me, perché Merrilee dorme ancora. Non parliamo di quello che è successo, ma abbiamo una conversazione pacifica, per la prima volta. Scambiamo persino qualche battuta un po’ cattiva sulla goffaggine di Otho Mellark. Forse “Asterid-Ohh-March” non è così male, dopotutto. Quando Asterid se ne va e mamma e papà sono già a letto, ricevo un’altra visita a sorpresa, da parte di Lenore Dove. Con lei parliamo dei Giochi. Ovviamente lei sapeva tutto, e li odia. Mi spiega i suoi ragionamenti, nel soggiorno silenzioso. È così intelligente, è arrivata sola alle stesse conclusioni della nonna, senza che nessuno le spiegasse nulla. Parliamo fino a notte fonda, quando la Nonna si offre di accompagnarla a casa, ma lei rifiuta, perché a quanto pare il cugino, Burdock Everdeen, è fuori nella piazza ad aspettarla per riaccompagnarla a casa. Quando va via, mi accorgo per la prima volta di uno scampolo di colore che esce dalla tasca del suo vestito del grigio del Giacimento, dello stesso blu del vestito che sto facendo con la nonna. La guardo andare via dalla finestra. Rimane per un po’ in piazza a parlare con il cugino. Quando lui le parla, lei muove le dita delle mani come se stesse suonando il pianoforte.
— Lei non segue il copione — osservo
— oh, no. È una Covey. Loro i copioni li bruciano — dice la nonna
— Mi piacciono le persone così —
— lo so. Direi che è ora di andare a letto, tu che dici? — mi chiede la nonna — Potresti dormire con me stanotte —.
Una volta messo il pigiama e scivolate sotto le coperte, la nonna mi canta una ninnananna, qualcosa su un pino e un prato, e io mi lascio cullare dalla sua voce nel mondo dei sogni. L’ultima cosa che vedo prima di chiudere gli occhi, è il ricamo del suo pigiama rosa. Ma quando mi sveglio gridando da un incubo particolarmente vivido su spade intrise di sangue i primi occhi che vedo, sono quelli di Merrilee. Mi abbraccia forte, mentre ordina a papà di andare a prendere qualcosa di caldo per calmarmi. Senza miele, perché sia mai.
— Va tutto bene. — mi dice — Era solo un sogno. Li ho fatti anche io —.
Non le rispondo, per la prima volta lascio che mi stringa senza protestare. La nonna mi porta una tazza di latte e bevo un sorso, poi due. Dopo un po’, anche se adesso lo preferisco con il caffè, mi calma.
— Che ci fai sveglia? — le chiedo — La roba che ti ha dato la signora March era… Potente —
Merrilee sorride — non abbastanza da non accorgermi che metà del letto era vuota —.
Ripenso a tutte le cose che ho scoperto oggi pomeriggio. A quanto mi vuole bene. A quanto io le voglio bene. Le porgo la tazza.
— Vuoi un po’? È buono. Cinquanta e cinquanta. — propongo
Lei mi guarda un po’ confusa, poi però annuisce e beve un sorso.
— Oh, certo — dice
— lo vedi che fai “Ohh”? — le dico
— per favore! Basta! — grida la nonna.
Io e Merrilee scoppiamo a ridere, mentre mamma e papà ci guardano confusi. Restiamo nel letto della nonna, ma non dormiamo. Le racconto quello che ho scoperto oggi, mentre lei dormiva, fino a quando fuori non sorge il sole. Solo a quel punto, Merrilee si concede di chiudere gli occhi, la testa sul cuscino.
— A me… Piace, la nostra vita. Mi piace stare con te. Mi piace la famiglia. Mi piace il negozio. Ma… è okay, se non ti piace. Davvero. Basta che mi vuoi bene —
— io ti voglio bene — sussurro
— allora è okay. Se vorrai… Beh, non so esattamente cosa significhi “Cambiare il copione”, ma se vorrai farlo, avrai il mio aiuto. Io sarò sempre dalla tua parte —
— Io sarò sempre dalla tua. Se ti piace la famiglia… Magari se avrai delle figlie potrò essere come la nonna, per loro —
Merrilee riapre gli occhi, contenta — sarebbe bellissimo. “Zia May” suona così bene! —
Sorrido, poi lei mi porge il mignolino. La guardo confusa.
— Me lo ha insegnato Asterid, è un modo di fare una promessa che non si può infrangere — mi spiega
— quale è la promessa? — le chiedo
— di esserci sempre. Quando tu avrai gli incubi e quando vorrai… quella cosa lì, io sarò dalla tua parte. Quando io vorrò una famiglia e dovrò gestire il negozio, tu sarai dalla mia. Ci stai, zia
May? —
— ci sto —.
Le prendo il mignolino. Ci addormentiamo quando il sole è già sorto, con i mignoli intrecciati. Sicuramente oggi abbiamo fatto una promessa che non infrangeremo mai.
