Chapter Text
Giovedì, il giorno del compleanno di Luna Mitsuya, Takashi si affacciò nella classe di Michiko per non trovarla. E non solo lei: non c’erano i suoi quaderni, la sua penna preferita, la sua cartella… Non si era presentata a scuola.
Ora: non era assolutamente ossessionato, ma era ansioso. E di norma non era nemmeno quello. Insomma, era come un angelo; se nemmeno un soffio di vento o un cazzotto sul naso riusciva a portare scompiglio in lui, cosa poteva?
Michiko, apparentemente. Aveva instillato in lui l’angoscia che l’appesantiva. Per lei era una situazione pericolosa, per lui semplicemente spaventosa. La Magnum? Solo uno dei brutti presagi che inseguivano i fratelli Kawasaki. Tante di quelle cose potevano andare storte che non sapeva nemmeno perché si preoccupasse di starci dietro. Le disgrazie arrivavano da sole senza cercarle.
Il giovedì era un giorno importante. C’erano le lezioni d’inglese subito dopo l’intervallo, e lei lo aiutava sempre con il ripasso. E poi c’era il club. E ogni volta che la vedeva, dimenticava di proporle di conoscere i membri del club di economia domestica per familiarizzare con loro in vista del festival…
I suoi occhi rimasero incollati sul posto vacante.
Considerando che Michiko era un tipo troppo serio per fare cose come balzare scuola o non tenere fede agli impegni presi, era escluso che avesse dimenticato il loro appuntamento. O forse era solo Takashi a tenerci.
Con lei aveva imparato vocaboli mai sentiti eppure così frequenti, e con la migliore pronuncia che poteva permettersi; i suoi voti a scuola stavano migliorando grazie al loro impegno congiunto, il giostrarsi felicemente tra nozioni che sapeva a menadito di lei e la pazienza nell’ascolto di lui. Osservare il vano tentativo di restare seria mentre gli diceva tutte quelle cose era la lussuria a cui si abbandonava più frequentemente. Con tutto quello che apprendeva da lei, su di lei, il tempo passato insieme era tempo ben speso.
Più guardava il suo banco vuoto, più l’ansia friggeva il suo stomaco e lo bruciava. Fece dietrofront e se ne andò in classe.
Non si fermò a domandare sue notizie. Michiko sicuramente non aveva contatti con il resto della classe, e la sua assenza avrebbe comunque sollevato solo quei commenti sulla falsariga di “suo padre la picchia”. Con quella gente, tentare era vano. Doveva rivolgersi all’unica persona che sapeva.
Prese il proprio telefono e le scrisse un breve messaggio. Facile, semplice. La parte difficile era attendere la sua risposta.
Sperando che arrivasse.
Potevano essere successe un sacco di cose. Le possibilità erano tante. E tra queste la più problematica era che fosse successo qualcosa a lei. Il punto era, che cosa?
Le ore passarono. Per la fine dell’intervallo Michiko non aveva ancora dato segni di vita. Takashi era rimasto seduto al suo posto e per tutto il tempo aveva ignorato il resto del mondo, per non distogliere un attimo lo sguardo dalla schermata immutata delle loro conversazioni. Non si era mai accorto di quanti quattro potesse contenere un numero di telefono finché non ebbe passato trenta minuti della sua lezione di matematica a studiare quello di Michiko. Aveva il magone.
Era preoccupato da morire per la sicurezza di lei e del suo fratellino. Non riusciva a prestare attenzione ad altro se non a quello stupido schermo. Solo dopo l’intervallo si sforzò a seguire inglese. Michiko aveva speso le sue energie per aiutarlo, era l’unico modo per non rendere tutto vano. Appena la professoressa uscì dall’aula, la sua testa riprese a ripassare tutte le circostanze concepibili in cui lei e il fratellino potevano essersi cacciati e il modo migliore per tirarli fuori di lì. Ovunque questo “lì” fosse.
Alla fine della mattinata si era ritrovato ghiacciato dall’arietta che dalla finestra socchiusa spirava contro il sudore freddo accumulato sulla sua schiena, tutto pallido e con i palmi che facevano uno spiacevole rumore quando apriva e chiudeva il telefono a conchiglia. La pelle non faceva altro che appiccicarsi ovunque: ai vestiti, al banco, alla plastica di quel maledetto coso che non segnava nessun messaggio in entrata.
A labbra strette aprì un’altra chat, le dita tremanti che digitavano rapidamente la sua richiesta. “A: DRAKEN. LA MIA AMICA NON RISPONDE DA ORE. CREDO SIA NEI GUAI.”
Nel preciso istante in cui pigiò “invia”, ansioso com’era, quasi mancò il nuovo messaggio in entrata in grado di dissipare ogni tensione.
“TI HO DETTO CHE NON DOVEVI PREOCCUPARTI DI PRENDERE DEL CIBO PER LA FESTICCIOLA, NO? QUINDI, QUELLO CHE STO FACENDO È ESATTAMENTE QUESTO. CUCINARE. PROMETTO DI ARRIVARE IN TEMPO PER CONSEGNARTI TUTTO. :)”
Le palpitazioni si riassestarono così velocemente che per un attimo non ci fu battito. Takashi si toccò il petto, e constatò dopo qualche attimo che no, non si era davvero fermato. Tutta impressione. Poi credette di star sognando. Il suo cuore schizzò alle stelle, ma no, non era un sogno. Si strofinò gli occhi, rilesse il messaggio e sospirò. Dannazione al loro terribile tempismo.
Il suo battito si era appena quietato quando arrivò il nervosismo di aver scritto a Draken per quello che si era dimostrato un falso allarme. Erano davvero sincronizzati o qualcosa del genere?
Forse, se non si fosse calmato, l’infarto sarebbe arrivato per davvero.
A pensarci bene, Michiko aveva detto che avrebbe fatto qualcosa per sdebitarsi dell’invito. Aveva scherzato sull’idea di preparare lei la torta, e lui come uno stupido le aveva risposto tipo: — Mi farebbe comodo, visto che io e le torte non andiamo d’accordo… Eppure a Luna piacciono quelle semplici. Cosa sbaglio?
E lei quindi lo aveva preso alla lettera? Sembrava così distratta, scribacchiando sul suo quaderno… A meno che non fosse tutto un trucco per aiutarlo senza che sospettasse di lei. Al pari di un gatto di strada che ti fa credere di avere bisogno di qualcosa (cibo, una coccola, un rifugio), ma è lei ad avere il controllo e a dispensare saggezza o qualunque cosa ti serva nel momento. Conforto, calore, una botta di coraggio? Era lei ad aiutare te. Mai il contrario. E quando mai Michiko dava retta a qualcuno?
Fece per risponderle, ma arrivò un altro messaggio.
“DOVE. IO E MIKEY ARRIVIAMO.”
Prese a massaggiarsi la nuca con uno sbuffo. L’avrebbero preso in giro a vita. Avrebbe fatto una bella ramanzina a Michiko appena l’avesse vista. Che razza di idee che…
…menomale che non aveva ancora cucinato niente.
Per cui, messosi l’anima in pace ed esonerato dalle attività del club di quel pomeriggio (con tanti cari auguri a Luna da parte di Yasuda), Takashi tornò a casa per ultimare i preparativi.
Il problema di portarsi avanti con pulizie e allestimento, è che è tutto inutile quando devi preparare i pasti per le tue sorelline, di conseguenza dover pulire tutto di nuovo, ri-riordinare la cameretta (poteva giurare che non ci fossero tutti quei vestiti in giro fino a quella mattina… ora sembrava che fosse saltata per aria una cabina armadio), mettere le decorazioni e gonfiare i palloncini all’ultimo o avrebbero iniziato a sgonfiarsi o a scoppiare nel cuore della notte facendo infartare la coppia di anziani che vivono accanto a loro…
Riassunto: era indietro sulla tabella di marcia.
Correzione: l’organizzazione non stava organizzando come doveva.
Le pulizie vennero ultimate per tempo, lasciandogli il tempo di ingegnarsi con le decorazioni… e la sua esasperazione. Quei maledetti festoni… erano in grado di rendere i bambini felici e la sua vita un inferno. Conosceva le sue sorelline: magari non cercavano risse (come Michiko) e non giravano per strada dall’ora di cena fino all’ora di colazione (come lui), ma sicuramente sapevano come cercare di fare a pezzi la casa e farla franca come angioletti. E i loro amichetti figli della giungla erano altrettanto pestiferi… Davvero, meglio evitare e salvare il salvabile. Anche se poteva fare affidamento su sua madre, per una volta, visto che sarebbe tornata a casa prima dal lavoro e avrebbe gestito almeno un po’ i bambini. “Non voleva perdersi quella festa per niente al mondo”. Sicuramente non si sarebbe persa il caos.
Ci sarebbero stati la mamma, i bambini invitati, i suoi amici della Toman sarebbero passati, poi Michiko e Tatsuya… Con tutte quelle persone, responsabili e non, sperava di potersi godere anche lui le sue sorelline. Ma anche se non fosse successo, dall’entusiasmo con cui le piccole erano piombate in casa per andare a prepararsi, non c’era stanchezza che potesse soffocare il suo sorriso e soprascrivere la loro gioia.
Con quei pensieri per la testa andò a recuperare dal ripostiglio la busta con tutto l’occorrente per agghindare il salotto, ma un dettaglio saltò all’occhio: il colore delle ghirlande. Erano rosa. Non erano quelle.
Come aveva gentilmente fatto notare Luna una settimana prima ( — Taka-chaaan! Questo colore non va bene! Va cambiato subito! Per favoooreeee!) doveva prenderle lilla. Ma era sera, doveva uscire, e… si era scordato. E forse era un po’ troppo tardi per porre rimedio all’errore…
O magari no. Meglio chiamare i rinforzi.
Fece per digitare il numero di Hakkai, massaggiandosi il ponte del naso, quando qualcuno suonò al campanello. E sì, era un tantino tardi, ma visto che mancava poco più di un’ora all’arrivo degli invitati era anche troppo presto.
— Chi èeeee? — la cantilena inquietante delle sue sorelline al piano di sopra lo fece rabbrividire. Se avessero visto…
— Huuh, — altrettanto confuso, sorpreso, curioso, cercò in fretta una soluzione. — Chifuyu! — Tanto doveva essere uno dei suoi amici.
— Uuuffffiiiiiiii!
Ma alla porta c’era Michiko. In pantaloncini, maglietta e casco calcato sulla testa. Completamente inaspettato, ma non si sarebbe corretto con le sorelle. Sarebbero corse a salutare, a parlarle, avrebbero perso tempo, lui non sarebbe andato a prendere le decorazioni giuste e tanti bei saluti al suo piano di salvataggio.
Lei sorrideva silenziosa, porgendogli una scatola, ma i suoi occhi vagavano: un po’ su di lui, un po’ alle sue spalle. Afferrò il dono con un sospiro grato. — Kawasaki, ho un’emergenza.
Sgranò gli occhi, la postura rigida come pronta a scattare. — Quanto grave?
— Ho sbagliato le decorazioni.
Lei lo fissò soltanto, battendo le ciglia in silenzio prima di sbuffare e rilassarsi. — Oh, be’. Luna si offenderà tantissimo. — Si voltò e tornò indietro verso la strada . — Attento quando metti la torta in frigo, è delicata.
Ora sconvolto e senza la più vaga idea di che fare (ma quell’apparizione? E la torta?? Ah, ma diceva la scatola? E perché se ne stava andando?!), le balbettò dietro. — Aspetta! Dove vai?
Si voltò con fare ovvio. — A riaccendere la moto. Spicciati a mettere quella in frigo!
Takashi guardò nuovamente la scatola. Il sorriso crebbe come un bocciolo sulle sue labbra.
Cinque minuti dopo stavano sfrecciando verso il negozio sulla Rebel di Michiko, lei alla guida e Takashi tenuto ai suoi fianchi che pregava per la loro salvezza. Era estremamente a disagio e non sapeva il perché.
— Non avevi detto che la moto era da riparare…?
— Ti ho anche detto che l’ho riparata.
— Quando?
— Lunedì. Mio padre era libero. — spiegò spiccia.
Takashi cercò di reggersi meglio mentre Michiko effettuava un sorpasso… non discutibile, eh, ma se non era lui a farlo non era molto sereno. — Non serve correre… siamo in tempo.
— Scherzi? Ho lasciato mio fratello solo a casa e tu non hai ancora decorato nulla. Ma dove sono le tue sorelline?
— Le ho lasciate in camera a… oh, cavolo, staranno lanciando tutti i vestiti in giro come nei carton- ma chi ti ha insegnato a guidare così?
La vide sbuffare dallo specchietto retrovisore mentre parcheggiava di fretta davanti al negozio. A quel punto si tolse il casco, scuotendo il capo per sistemarsi i capelli. Gli lanciò uno sguardo.
— La strada. — Fece un pollice in su con un sorriso scemo.
Takashi la fissò meravigliato. Era stata così poco seria, così… naturale ancora una volta, ma in modo diverso. Non ostentato. Non la credeva capace di uno sprazzo di allegria incondizionata, ma lo capiva: la sua vita era difficile, e non sempre si ha la voglia di sorridere. Quando le faceva delle battute e rideva, lui era soddisfatto di sé. Ma questo? Positivamente scioccante, semplicemente impagabile.
Era così speciale. Difficile non provare qualcosa per lei, che con il suo fascino profondo sarebbe stata in grado di passare inosservata al mondo o di ammaliarlo con un’occhiata soltanto, se solo l’avesse voluto.
Non estraneo a quei sentimenti, o alla consapevolezza che, da qualche parte nel mondo, qualcuno li provasse, Takashi realizzò con insolente sorpresa di essersi preso la cotta più improvvisa della sua vita.
Almeno aveva scelto la persona giusta. Era il momento ad essere… fuori luogo.
Triste. Aver capito di essersi preso quella sbandata era triste per i motivi più disparati. Partendo dal fatto che non ne capiva il perché (perché lei? perché ora? perché non più avanti?), non capiva il come, né il quando. Da un lato non era scioccato perché Michiko era fantastica e avevano molte cose in comune, ma allo stesso tempo era scioccato perché cosa avrebbe fatto ora? Cosa avrebbe fatto con i palmi sudaticci, il calore che si inerpica sulla sua nuca e tutti quei comportamenti e atteggiamenti che l’avrebbero tradito? Come avrebbe fatto a reggersi sulla strada del ritorno sapendo che avrebbe avuto i brividi allo stomaco soltanto sfiorandola? E se non fosse stato educato abbastanza? Avrebbe mai potuto parlarne a qualcuno e sfogarsi? Qualcuno l’avrebbe mai capito?
Ma quel sorriso scemo di lei gli sciolse il cuore, e il cervello, e per un attimo parve dimenticare tutto. La festa, le gang, la scuola, i famigliari. Niente. Zero. Solo lei.
(Il che era divertente, perché… non era cambiato molto dal momento pre-realizzazione. C’era sempre lei nella sua testa. Solo che ora ne era consapevole, tutto qui.)
Le accarezzò i capelli. Un tocco veloce ma affettuoso. Poi si voltò e sparì dietro le porte automatiche del negozietto. Mancando per un istante il modo in cui Michiko arrossì, nascondendo il viso dietro i capelli biondicci. Peccato. Probabilmente gli avrebbe fatto piacere vederla.
Rimase lì dentro due minuti. Il tempo di cambiare le decorazioni e assumere la mentalità adatta per affrontare i suoi sentimenti (ignorarli). Quando uscì vide l’amica riattaccare al telefono.
— Spiccio. Dobbiamo tornare indietro e io devo ancora portarti il rinfresco.
Takashi sospirò, prendendo posto sulla moto. — Ma perché ti sei data tanto da fare… Mi sento in colpa. Avrei potuto farlo io.
Lo zittì con uno sguardo umoresco. — Certo, perché non sei assolutamente inguaiato col resto dell’organizzazione… Senti: io amo cucinare. Prendetelo come un regalo da parte nostra.
Rimise in moto, e insieme sfrecciarono via nel traffico, ora scarseggiante. Stavolta Takashi si strinse bene all’amica, e non protestò ulteriormente per la sua guida. Aveva altro a cui pensare.
(Michiko aveva ragione, doveva addobbare al più presto la casa e lasciarsi aiutare.)
Appena arrivati a casa Mitsuya il ragazzo saltò giù esalando un respiro tremante, di nascosto. Sarebbe stato così sereno se a guidare ci fosse stato lui… Ma con che coraggio poteva mostrarsi ingrato per quello strappo al negozio?
— Hai bisogno di aiuto per montarle?
Takashi scosse il capo. — Ti sono grato, ma non devi preoccuparti. Tra poco arriveranno dei miei amici.
Lei annuì, il capo che dondolava un pochino, come in dubbio.
— Quiindii, porterai molto altro?
Michiko sospirò. Diede una breve accelerata in folle, per assicurarsi che il motore restasse acceso. — Sì. Minimo altri due viaggi. Poi arrivo con mio fratello. Almeno ci sarà da mangiare per tutti.
Takashi annuì ancora. Esitante, schiuse le labbra.
— Hey Taka-chan!
Michiko si voltò di scatto verso quella voce. Apparteneva ad un ragazzo veramente alto, coi capelli blu praticamente rasati e una cicatrice sul labbro, che si accompagnava ad una ragazza bellissima con i capelli biondo fragola.
Takashi si sporse, sorridendo ai due. — Stavo giusto parlando di voi.
La ragazza sconosciuta si aprì ad un sorriso. Il ragazzo alle sue spalle si voltò. Lei se ne accorse e se lo trascinò appresso senza esitare. — Ciao!
Michiko, incerta, tolse la mano dall’acceleratore e la mosse timidamente in segno di saluto. Il ragazzo fissava con tale interesse un cespuglio da rendere l’imbarazzo palpabile.
Takashi si avvicinò. — Kawasaki, loro sono due miei cari amici. Hakkai, Yuzuha, lei è Michiko Kawasaki. Una mia amica.
— Piacere di conoscerti. Ah, ma hai una moto anche tu! — Yuzuha fece un passo avanti, cinguettando. — Che bella, questo colore è meraviglioso.
Michiko si lasciò sfuggire un sorriso. — Grazie. Mi dispiace, devo tornare a fare… delle consegne… per Mitsuya. Spero di vedervi dopo.
Lanciò un’occhiata a tale Hakkai, ma lui si teneva impegnato a mirare letteralmente qualunque altra cosa come un bambino. Lo sguardo di lei era prepotente, era confuso, era curioso, ma era anche rapido. Doveva bruciare le tappe per portare a termine la sua missione, non aveva tempo da perdere cercando di essere carina con uno che la ignorava.
Yuzuha batté le mani con leggerezza. — Certo! Ci vediamo dopo. Tanto sarai qui per la festicciola, no? — Michiko annuì in risposta.
Takashi le fece cenno con la mano. — E guida in sicurezza.
— Ti posso giurare che sono molto sicura di me alla guida. — Inarcò le sopracciglia con ovvietà, prima di ripartire sgommando come un vero teppista. Per un attimo la moto parve addirittura impennarsi.
Takashi sospirò esausto. — Quella ragazza è così testarda…
— Per forza, ti comporti come un fratello maggiore! — Yuzuha gli diede una pacca sulla spalla. Takashi commentò mentalmente che, a questo punto, meglio fratello maggiore rompiscatole che amico accidentalmente molesto. — Che tipo simpatico però. Per caso è nella Toman? Non la riconosco.
Takashi negò col capo. — Ma mi piacerebbe averla tra noi.
Condusse i due amici in casa, e con dei sorrisi spensierati unirono le forze per decorare e ultimare i ritocchi. Yuzuha era l’addetta all’angolo merenda; Takashi e Hakkai invece appendevano le decorazioni approfittando della loro altezza notevole.
Erano entrambi taciturni, ma Hakkai fin troppo. Forse era agitato al pensiero che ci fosse una sconosciuta. Era inspiegabilmente terrorizzato dalle ragazze al punto che non riusciva nemmeno a guardarle in faccia. Prima o poi avrebbe dovuto insegnargli un po’ di diplomazia… Non poteva permettergli di andare in giro a fargli fare la figura del cretino solo perché aveva paura. Ma, anche se questo fosse stato il caso, sembrava troppo nella sua bolla per essere solo intimidito. Meglio smorzare la tensione con una battuta e alleggerire i suoi pensieri, non c’era tempo per altro.
— Taka-chan. Ma… la ragazza di prima… è il Silenzioso. Giusto?
Takashi fermò i suoi movimenti gradualmente. Si congelò nell’atto di salire su una sedia per appendere un festone. Le iridi tremavano, la maglia bianca che prima lo abbracciava ora lo stritolava in una presa soffocante e le singole gocce di sudore scivolavano appiccicose con una lentezza opprimente.
Era finita. Lui era finito. Okay, intuire il legame non era così difficile, ma Hakkai non l’aveva nemmeno guardata. Come aveva capito? Aveva affermato che lei era il Silenzioso. Non un “mi sembra familiare”, niente di vago, dritto al punto. E proprio per questo non poteva mentirgli: Hakkai aveva collegato i punti e non aveva cinque anni; nasconderglielo era sciocco.
In quel momento la cavalleria piombò per rubare la scena. Luna sventolava furiosamente la sua bacchetta magica contro i suoi due servi della gleba: — Noo, fratellone! I festoni più in alto! E li state mettendo al contrario!
Mentre Hakkai rideva, il campanello suonò. — Principessa Luna, mi scusi, è stata colpa mia. Rimedio subito. Taka-chan, vai, ci penso io.
Takashi si scusò con un cenno del capo, pallido, e corse ad aprire.
Fortunatamente era Michiko e nessun altro.
Chiuse la distanza tra loro in poche falcate. Lei fece per consegnargli la nuova scatola di pietanze deliziose, ma viste le sue condizioni ritrasse le braccia e aggrottò le sopracciglia.
— Successo qualcosa?
Lui prese un respiro. — Hakkai ci ha scoperti.
Un battito di silenzio. Michiko non espresse altro che una smorfia buffa. — Sembra una romcom di serie B.
Non lo prendeva sul serio? — Ma che dici— Ma ripensando alla sua triste scelta di parole tacque, arrossendo fievolmente. Okay, forse aveva ragione, ma dovevano decidere lucidamente su qualcosa di più importante della sua enunciazione ambigua. — Parlo della tua identità. Ci ha sgamati e non posso mentirgli. Che facciamo?
Ma lei stava già marchingegnando qualcosa, puntando i piedi a terra per fare retromarcia con aria assorta. Ignorata la gaffe (cosa che lui non poteva fare perché, con che tempismo aveva deciso di dire tale sciocchezza?), stava cercando una soluzione. Si ritrovò a chiedersi quale sarebbe stato il risvolto, quale bugia avrebbero dovuto inventare per coprirla, come facessero le sue labbra ad essere così carine quando si arricciavano per assumere la sua smorfia pensierosa.
Quando ebbe raddrizzato la moto esalò un respiro. — Gliene parleremo brevemente… Mitsuya, vorrei davvero odiarti. Non voglio che lo sappiano.
— Nemmeno io. — ammise dal nulla. All’occhiata confusa di lei, lui dissimulò con un sorriso di scuse. — Mi dispiace davvero.
— Se il tuo amico è sveglio non possiamo farci molto. — Un colpo di acceleratore spazzò via la sua aria saggia col gas di scarico. — Torno tra poco.
Takashi annuì. — Lascio la porta aperta. Gli invitati inizieranno ad arrivare da un momento all’altro, quindi entra tranquillamente per posare le cose.
Michiko annuì, facendo per spuntare, ma Takashi fece un gesto improvviso che la distrasse. — Aspetta. Ti stai portando via la scatola.
Con somma sorpresa, abbassò lo sguardo per trovare l’oggetto poggiato sul proprio serbatoio.
Il riso trattenuto contagiò l’amico. La consegna venne portata a conclusione, e Michiko ripartì con un’accelerata che pennellò di nero l’asfalto sotto la sua gomma.
Takashi rimase ad ascoltare le fusa della moto affievolirsi con la distanza. Era tutt’altro che fragorosa, a paragone con quelle della Toman, salvo che aveva un fascino tutto suo. Anche la sua cavaliera lo aveva. Erano due belle ragazze.
L’ammirò sfrecciare via.
— Carina.
— Non il mio tipo.
Quando si voltò, le sue pupille strette si posarono su tre figure familiari.
Draken sorrideva leggermente, marciando accanto ad Emma e Mikey.
Sbiancò nuovamente. Doveva restare calmo. Facile a dirsi, ma aveva accettato l’impegno e doveva rispettarlo. Per Michiko. Diamine. Iniziò a pregare ogni divinità esistente che non avessero origliato la parte fondamentale della loro conversazione privata.
Mikey gli si accostò, la sua espressione spudoratamente determinata e gli occhi trasognati. — Quella ragazza è per caso una tua amica?
Takashi aggrottò le sopracciglia. Il colore tornò, oh-oh, eccome se tornò a dipingergli le gote. Quelle parole lo avevano messo in allerta. Di nuovo, che tempismo. — Sì.
Mikey mugolò in assenso, tenendo il braccio sinistro appeso alle sue spalle per qualche secondo. Poi si voltò e si avviò verso la casa. — Sono il suo tipo?
— Assolutamente no.
— Peccato. Oh, be’. Magari posso domandarglielo di persona.
Emma, sua sorella, lo inseguì. — Lascia stare, eddai! Povero Mitsuya!
Draken si passò una mano sul visto, ritrovandosi fermo accanto a Takashi per caso. — Oggi è più capriccioso del solito.
— Notato.
Così osservò il suo volto. I tratti insolitamente induriti e l’aria arcigna gli fecero sbuffare una risata. — Quindi è lei. La ragazza di cui ci hai parlato qualche tempo fa.
Takashi lo degnò di un solo sguardo prima di annuire. — Dimmi che non ci proverà con lei.
Draken sogghignò. — Provaci prima tu.
Alzò gli occhi al cielo. — Negativo. Meglio tenere le cose così. È fragile, ma non come un fiore. Più come una bomba. Non è il caso di sconvolgerle ulteriormente l’esistenza.
Un battito di silenzio. Un alito di vento spirò, e si ritrovarono a sospirare all’unisono. Nelle loro orecchie un ronzio continuo, come una vocina che stavano ignorando disperatamente da tempo.
— In casa sua… va tutto bene, giusto? Suo padre non la picchiava davvero.
— Il problema è fuori casa.
Takashi rientrò.
Draken guardò a lungo l’uscio prima che i suoi piedi riuscissero a muoversi. Conoscendo il suo amico, gliene avrebbe parlato a tempo debito. Ora non era il caso.
Tempo mezz’ora e la casa si animò di persone. Amichetti del vicinato, compagni di scuola, gli amici di Takashi che conoscevano bene la famiglia e che erano passati per salutare, tutti lì riuniti a festeggiare e a condividere una battuta, una risata. Mancavano solo i fratelli Kawasaki.
A detta di Yuzuha, che stava sistemando tutto il cibo (bellissimo e buonissimo, tra l’altro, a detta di tutti) preparato da Michiko, era entrata di soppiatto già un’altra volta ed era uscita con la promessa di vestirsi carina e tornare presto. Doveva averla presa in simpatia perché non faceva altro che ribadire a Takashi e Draken “quanto quella ragazzina fosse carina” e “che sembrava proprio tosta”. Le era piaciuta al punto che all’arrivo di Hinata Tachibana, la fidanzatina di Takemichi, loro due ed Emma si erano messe a chiacchierare in un angolino per spiegarle chi fosse, e perché volessero farci amicizia così tanto.
E l’attesa stava facendo impazzire Takashi. Su di lui gravavano le aspettative riguardo la nuova arrivata, e Mana non mancava l’occasione di andare da lui ogni sessanta secondi a domandare “ma la signorina Kawasaki è arrivata…?”, al che lui e Draken si alternavano per risponderle che “se fosse arrivata sarebbe corsa a salutarla”, che era vero.
Michiko non era un tipo maleducato. E sicuramente avrebbe salutato le sue sorelline per presentar loro il fratellino! Forse.
Solo che, dannazione, temeva di averla spaventata. Hakkai l’aveva identificata, c’erano un sacco di persone alla festicciola, e le aveva affidato un compito non indifferente. Non gliel’aveva nemmeno affidato… se l’era proprio appioppato, era questo il punto.
Di conseguenza, si sarebbe presentata? O avrebbe preferito non rimanere intrappolata in quella folla di volti ignoti? I gatti di strada non vanno esattamente pazzi per le persone, le evitano come se portassero solo problemi (come dar loro torto?); e lei non era poi tanto differente da un gatto. Anche se forse parlare di lei in questi termini era un po’ un insulto alla sua personalità, alla sua intelligenza… a lei in generale. Ma le metafore che aveva trovato per descriverla erano così concrete e azzeccate che solleticavano la sua creatività, la sua vita; e Takashi, della creatività e della vita, non poteva farne a meno.
Però poteva fare a meno di parlare con Draken e Takemichi, che avevano cercato di inserirlo nella loro conversazione per gli ultimi dieci minuti (e senza successo), in favore di una caduta libera nelle sue manie di controllo e insicurezze.
I suoi occhi color lavanda erano persi a vegliare sulle sorelline. Luna, che stava scartando il regalo della sua migliore amica, si voltò a ringraziarla con un sorrisone. Mana attirò l’attenzione di molti scattando in piedi come caricata a molla, e si precipitò verso l’ingresso con un gridolino entusiasta.
E lì, in quel frangente, lì, a reggersi per miracolo sui suoi stessi piedi, nonostante fosse più nella sua testa che non nella stanza, esalò un respiro così sollevato che Draken si voltò a guardarlo stizzito.
— Mi fa piacere sentirti sospirare appena ti lascio perdere.
Takashi scosse piano il capo, cercando di raddrizzare la schiena. — La mia amica è arrivata. Temevo non volesse venire.
E che timore. Non varcare la soglia della festa era come non entrare nella sua vita.
Takemichi si voltò subito a guardare. Non doveva nemmeno scollare lo sguardo dall’ingresso per saperlo: era sempre stato un tipo impiccione. Giravano voci secondo cui una volta avesse pedinato Mikey e Emma credendo stessero architettando qualcosa contro Draken (ma quando aveva chiesto conferme avevano negato). — Davvero? E chi è-?
Luna corse ad accogliere gli ultimi arrivati, celati nell’anticamera, e come un prestigiatore fa apparire una monetina tirò dentro la scena un ragazzino: qualche annetto più grande di lei, con i capelli biondicci acconciati in punte come un riccio di mare, gli occhi bruni…
Takemichi si ritrovò con la mascella a terra. — A-aspetta!
Draken, il tipo che si aspettava sempre di tutto dalla vita, aveva la faccia di chi si è appena beccato uno schiaffo dalla fidanzata senza sapere cos’abbia fatto. — Ma quello è il ragazzino con…
Takashi riportò lo sguardo sui tre bambini (Tatsuya sembrava gongolare alle attenzioni delle piccole Mitsuya) con un sorrisetto consapevole. — Sì, lui è… — Ma non terminò mai la frase, perché in quel momento Michiko fece la sua entrata trionfale e rapì la sua voce.
La maglietta a mezze maniche aderente e la gonna di jeans con volant sembravano rubati da un manichino nel reparto bambini. Ma se era lei a indossarli la slanciavano, evidenziavano la fatalità del suo incantesimo, e le gambe scoperte da… Dannazione, Michiko aveva delle belle gambe.
— Cavolo, è proprio…? Lei? Cioè- voglio dire- è carina, — Il balbettio educato di Takemichi lo salvò da uno schiaffo assicurato dalla sua fidanzata. O da lui. Non aveva nemmeno voglia di sgridarlo, di dire qualcosa sulla falsariga di “continua a guardarla così e ti farò guardare il nord ogni volta che cammini verso sud”. Era troppo impegnato a conquistare la pelle coperta dalle calze bianche lunghe fino al ginocchio, centimetro per centimetro, a ogni battito di ciglia. Come faceva a sembrare una modella alla fashion week di Milano quando camminava per casa sua?
Draken non si risparmiò. — Molto meglio una rivista, Mitsuya. Almeno quella non si accorge di come la guardi.
Due belle gambe che erano due buoni motivi per smetterla di fissarla come un idiota. Ringraziò Draken dell’assist e si ricompose. Per finta.
La ragazza dal sorriso angelico salutava Luna e Mana che tenevano in ostaggio con la sua volontà il fratellino. Un alone di serenità la circondava, come se una parte di lei si fosse finalmente messa a proprio agio, i pensieri che le vorticavano in testa vinti. Come se fosse un posto sicuro.
Ebbene, quando si guardò intorno e gli concesse uno sguardo, le si avvicinò per accoglierla.
— Ciao.
Lei sorrise divertita. Le sue labbra scintillavano di lucidalabbra color fragola. — Oggi non ci siamo visti per niente, mh?
Takashi sbuffò una risata.
— A proposito… Grazie di tutto. Mi hai dato una grossa mano. — Distolse per un momento lo sguardo, lasciandolo vagare sulla tavola. — Vuol dire molto per me.
L’espressione di Michiko s’intenerì. I suoi occhi scintillavano quieti dietro le ciglia truccate di nero. Davvero carina.
Cercò di imporsi sui suoi stessi desideri. Non voleva far esplodere la calma tra di loro con un comportamento inappropriato. Rispettava Michiko, davvero. Era forte, tosta, indipendente, altruista. E tanto altro. Ed era un peccato deportare un fiore così prezioso per trapiantarlo in un giardino che non avrebbe avuto la giusta cura di lei. Forse farla entrare così tanto nella sua vita era sbagliato. Tanto non era fatto per… qualunque cosa fosse quello.
(Ma sapeva cosa fosse quello. E un po’ lo voleva.)
Se l’avesse guardata con occhi più innocenti, come si guarda una sorellina… se l’avesse guardata con serietà, con maturità… forse, allora…
— Di niente. Davvero, almeno ho potuto presentarmi con un regalo utile.
Batté le ciglia e riportò gli occhi su di lei. Sorrise. — Sei davvero brava. Un giorno dovresti insegnarmi qualcosa.
Lei alzò gli occhi al cielo. Era più giocosa del solito. — Il ragazzo perfetto che ha bisogno di lezioni? Non ci credo.
Se c’era una cosa che Takashi non si aspettava (una risata, un tentativo di sminuire le proprie capacità, diamine, pure una risposta sarcastica), era un complimento di quella portata. Imbarazzante come non potesse nasconderle i suoi sentimenti perché lei stessa ravvivava la fiamma con le sue attenzioni.
Le sue iridi scapparono di lato, una punta di compiacimento a colorare le sue guance. Scorse allora Hakkai, che li osservava in silenzio. Anzi. Il suo sguardo bruciava la ragazza.
— E anche se fossi perfetto… — tossicchiò, fronteggiandola di nuovo. — Be’, sto esaurendo le scuse per starti attorno, non trovi?
Michiko gli diede una gomitata scherzosa. — Ho notato che me la sono sempre cavata anche senza la tua sorveglianza.
Ma poi sbirciò per caso verso qualcosa alle spalle di lui, e le sue pupille si restrinsero. Più c’era spazio in quelle iridi, più era facile vedere cosa accadesse nel suo cervello. Se potevi specchiarti in lei, potevi vederla fino in fondo.
Takashi si voltò. Draken torreggiava su di loro. Il Silenzioso sembrava minuscolo a confronto, ma non aveva perso l’aria intimidatoria. I loro sguardi erano intensi come un fuoco che non ti si avvicina, ma che non puoi ignorare.
— Lui è Draken, — lo presentò, per evitare di mettere in soggezione Michiko. — Ti ho parlato di lu-
— Quindi, hai questo tatuaggio? — annuì lei, sorprendendo i due.
L’aveva riconosciuto e si era ricordata dei suoi racconti. In effetti non c’era stato molto tempo per parlare e conoscersi… Forse perché l’unica volta in cui si erano incontrati c’era solo il Silenzioso e lui non era il tipo che andava a chiacchierare con gli sconosciuti. Che simpatico.
Takashi e Draken si scambiarono un’occhiata prima di ghiagnare.
— Qui. — Indicarono col dito la loro tempia destra.
Scorse la tempia sinistra di Draken prima di osservare i capelli di Takashi. I suoi occhi continuavano a brillare. — Figata, — sospirò in un fil di voce.
(Il soggetto era compiaciuto, ma riuscì a mascherarlo con un sorriso vivace.)
Michiko guardò nuovamente il biondo e fece un piccolo inchino, al quale Draken rispose senza esitare. — Mi chiamo Michiko Kawasaki. Piacere.
— Piacere mio. Abiti qui vicino? Non ti ho mai vista.
— Sono poco sociale.
— Ah, capisco, capisco. Scusa se te lo domando, per caso quel ragazzino che è passato prima è tuo fratello?
Lei si irrigidì vagamente. Anche Takashi. Perché si era reso conto solo allora di star facendo disseppellendo il loro segreto davanti a chiunque. Forse Michiko faceva bene ad arrabbiarsi sempre con lui. Non aveva tutti i torti.
Sorprendendo il ragazzo, Michiko annuì e si chinò nuovamente. — Mitsuya mi ha raccontato tutto. Sono davvero, davvero dispiaciuta per le grane che vi ha dato. Dovrei controllarlo meglio.
Takashi li osservava con un occhio di riguardo, soprattutto lei. Frapporsi non era l’idea migliore, considerando che non conosceva bene abbastanza i piani di Michiko, ma niente gli vietava di aiutarla se glielo avesse chiesto, o se le cose fossero rimaste tese.
Ma Draken fece lentamente cadere la sua façade con un battito di palpebre (Michiko ha questo superpotere di cogliere sempre tutti alla sprovvista). Le sorrise: — In verità volevo dirti che temiamo che lui e i suoi amici possano essere in pericolo. C’è un giro di persone poco raccomandabili e con strane idee per la testa. Saprai che facciamo parte di una gang. Visto che Mitsuya tiene molto a te, — il diretto interessato si trattenne dal protestare. — Terremo un occhio su di loro, per ogni evenienza. Non sarà difficile: siamo sempre a zonzo, ad ogni ora del giorno e della notte. Puoi fidarti.
Quello che stavano promettendo non era una cosa da poco. Ma visti i precedenti, visto quel che ne era venuto fuori, quella che venne presa alla sprovvista fu Michiko alla fine. Non era scioccata, non sorpresa, bensì genuinamente colpita.
La poverina lo fissava con i suoi occhioni color nocciola in grado di trapassare ogni intenzione. Cercava le giuste parole che la esprimessero e non le trovava. La sua commozione era intensa, in grado di abbattere ogni barriera. Leggeva verità nelle parole e nello sguardo del teppista. E più si sforzava di trovare una bugia, più sembrava diventare piccola e delicata.
Una mano la carezzò sul capo. Takashi le sorrideva intenerito.
— Te l’ho detto che possiamo aiutarti.
Come una gentil tortura, confusione, insicurezza e contentezza mulinavano nella sua mimica. “Non sono più sicura di voler rifiutare la vostra proposta. Sembrate civili, educati, e la cosa mi terrorizza.” Come quando guardi un film la cui trama è stata scritta dal più abile dei complottisti, e hai la tachicardia, non sai a cosa credere, ma non ti stacchi dallo schermo: perché in cuor tuo sai a chi credere.
I tratti di lui si addolcirono ulteriormente. — Davvero. Possiamo aiutarvi. Per qualunque cosa.
— Non qualunque qualunque, — Draken smorzò la tensione con un sorriso ammaliante. — Non siamo una ditta di pulizie e non organizziamo feste. Bada bene, siamo dei delinquenti rispettabili.
— Se servisse fare una rissa?
— E che problema c’è? Siamo tra i più forti in circolazione.
— È vero. — Takashi annuì.
— E se… mi servisse un consulto?
— Non siamo dei dottori, non so che consulto ti serva.
Michiko sbuffò piano, prima di guardare di lato e dondolare sul posto. — Mh. No. Più tipo… potrei aver avuto un guasto.
Takashi e Draken si scambiarono uno sguardo, prima di inarcare il sopracciglio in perfetta sincronia. — Che tipo di guasto?
Mikey saltò fuori dal nulla, masticando uno dei dorayaki di Michiko. — Guasto?
La ragazza strinse le labbra, facendo spallucce. — La mia moto mi… be’, ecco, non so cosa sia successo.
Takashi sorrise spavaldo. — Fammi consultare la mia chiaroveggenza. Uhh… la tua guida spericolata l’ha messa fuori uso.
L’occhiataccia per niente impressionata che scagliò lo zittì. — Dubito che la mia moto beva quella quantità anormale di benzina se faccio letteralmente tutto quello che facevo anche prima.
— Feeeeeeeermi fermi fermi. — Mikey si frappose, dandosi un senso di importanza con la sua maschera seria e la postura solenne. I suoi amici lo squadrarono. Il leader della Toman si voltò dunque verso Michiko con un sorriso affabile. — Sono Mikey.
Lei replicò debolmente. — Michiko… Kawasaki.
Mikey sembrava proprio contento. — Piacere. Dicevi, hai una moto? E ha un guasto?
Takashi e Draken sospirarono, silenziosamente esasperati. Ecco quali erano le sue intenzioni.
Lei annuì, cercando lo sguardo di Takashi. — Le ho fatto il pieno ieri, ma mentre arrivavo qui è entrata in riserva. Non ho capito cosa sia successo. Non l’ho usata così tanto.
Mikey sembrava entusiasta. — Andiamo a vederla!
Prima che uno dei tre potesse arrestare i suoi sogni d’amore (per Michiko o le motociclette? Non è dato sapere), il leader uscì camminando a un metro da terra.
Draken, Takashi e Michiko sospirarono. Le loro figure scivolarono in avanti come se fossero vittime dello stesso tipo di stress. Che era vero.
— Scusatemi un attimo, — Michiko, occhi chiusi, alzò il dito indice. — Potete dirmi chi è Mikey?
Mentre Draken le spiegava rapidamente la gerarchia della loro gang, Takashi strinse tra i denti una risata spontanea. Ottima battuta, davvero.
I quattro si ritrovarono adunque fermi davanti alla moto di Michiko, parcheggiata accanto a quella di Takashi. E Mikey stava sbuffando.
— È solo un centoventicinque… deludente.
Ferita nell’orgoglio, la sua proprietaria non si morse la lingua. — Per una bambina di dieci anni è già troppo. — E si mise a braccia conserte.
Draken e Takashi si voltarono così velocemente che il loro collo schioccò. I loro occhi fuori dalle orbite parlavano, oh sì, cantavano pure.
— Dieci anni?
I quattro scattarono in un dietrofront da ballerini della Scala. Dinnanzi a loro, altri quattro membri della Toman contemplavano la scena: Keisuke Baji, Chifuyu Matsuno, Takemichi Hanagaki e nuovamente Hakkai. E stavano tutti mangiando. Meno che Hakkai. Forse anche il cibo preparato da una ragazza lo spaventata.
— Roba forte. — Keisuke Annuì. — La guidi davvero da quando avevi dieci anni?
Michiko tentennò, come se volesse spiegarsi, ma assentì. Keisuke ghignò, facendo un passo avanti.
— Io sono Baji. Loro sono- Mikey, ma che cazzo—
Come uno squalo distratto dall’odore del sangue, il leader della Toman gli gravitava pericolosamente attorno finché non ricevette il resto della merenda. Michiko continuava a guatarlo come se fosse un alieno. O come se il suo comportamento fosse alienante.
Keisuke tossicchiò. — Dicevo. Loro sono Chifuyu, Takemicchi e Hakkai. Siamo amici di Mitsuya.
La ragazza fece un inchino rispettoso, ricambiato da tutti (meno che Hakkai, che la mirava ma non scollava il corpo dalla posizione assunta). — Michiko Kawasaki. Piacere.
— Kawasaki, senti…
Tutti si voltarono verso Draken, che intanto si era accovacciato accanto alla motocicletta.
— Quest’odore di benzina…
Michiko batté le ciglia per un istante, prima di accorrere agitata per stabilire l’entità del danno. — Ha una perdita e non mi sono accorta… — sospirò desolata.
Mikey si avvicinò per supervisionare. — Già. Proprio così.
Draken lo incenerì, per niente impressionato. — Grazie per il consulto.
Takashi aggirò il mezzo per scrutare il carburatore. — Una bella pozza a terra… Fammi prendere uno straccio. La possiamo controllare e sistemare più tardi.
Michiko si chinò a terra, crucciandosi un po’. — Lascia. La porto in officina da papà. — Chiuse il rubinetto del carburatore e lasciò una pacca sulla sella. — Ci metterò una vita a riaverla indietro.
Chifuyu si fece avanti, infilandosi delle patatine in bocca. — È grave?
Draken fece spallucce. — Per capirlo dovremmo smontarla ed esaminare i pezzi. Magari sono i tubi, o le guarnizioni.
— Magari Shinichiro può aiutarci… o puoi farlo tu, Mikey, visto che ne sai. — Takemicchi sorrise affabile.
— Avete tutti quanti una motocicletta?
Gli occhi di Michiko scintillavano come stelle. Un sorriso cercava di farsi spazio sul suo viso e lei, meccanicamente, lo nascondeva e lo rivelava spostando continuamente la mano.
Mikey si immusonì. — Scherzi? Non puoi essere un membro importante della Tokyo Manji Gang se non hai una moto o se il tuo partner non la ha.
— Ma io che ne so, mica ce li avete i soldi per comprarvele. O sì?
Keisuke si frappose con un ghigno sprezzante. — Se hai paura di noi, lo comprendiamo.
E nonostante scherzasse, tutti si sorpresero nel vedere il sorriso di lei ampliarsi per riflettere quello di Keisuke. — Niente affatto!
Tutti, meno Takashi. A parte il sorriso fuori dalle righe, era consapevole che il peso che sosteneva ogni giorno l’aveva immunizzata. I ragazzi la divertivano, la mettevano un po’ in guardia, ma non provava paura. Era curiosa. Come un gatto.
Giust’appunto fece un passo avanti. — Ne ho anche un’altra a casa. Voi invece?
I ragazzi accolsero con calore l’idea di parlare di motociclette con una voce nuova. Michiko, rispetto ad alcuni, non era espertissima di meccanica e altro, ma Takashi vedeva quanto il suo cuore si alleggerisse ad ogni domanda. Un’anima in conflitto finalmente connessa a spiriti affini.
Tra storie di viaggi spericolati verso la spiaggia e rissoni pazzeschi, migrarono lentamente dentro. Mikey continuava ad elogiare l’officina in cui lavorara suo fratello, della gratitudine per averlo nella sua vita e di avergli indirettamente concesso l’opportunità di legare con i suoi amici; Draken si infilava in mezzo per chiarire alcuni punti, Keisuke abbaiava una risata esuberante ogni volta che Michiko raccontava qualcosa di assurdo, e gli altri prendevano da mangiare per godersi quegli scambi.
E Takashi, poco più in disparte, guardava. Ammirava la gioia di Michiko, il suo nuovo modo di fare estroverso, quel sorriso smagliante che indossava e la sua bellissima risata. La ammirava mentre veniva presentata anche a Hinata Tachibana e Emma Sano, e insieme narravano i più pazzi racconti della Toman tra sospiri sognanti e risate a crepapelle.
E Luna e Mana radiavano gioia. Continuavano a rimpinzarsi al banchetto gentilmente offerto dai fratelli Kawasaki, giocando con amici vecchi nuovi a immedesimarsi in chissà quale personaggio in possesso di lande sconosciute piene di tesori inimmaginabili.
Erano tutti lì, a vivere un presente clemente e a ringraziare tutto ciò che li aveva condotti a riunirsi quel giorno. Un momento perfetto.
Una suoneria lo estraniò dai suoi pensieri. Michiko aveva il suo telefono in mano, il ciondolo di Hello Kitty che dondolava allegramente nell'atmosfera idilliaca.
— Scusatemi, — fece un piccolo inchino. — Devo rispondere.
Emma la scacciò con un sorriso, stretta per le spalle dal braccio di Draken mentre lui e Mikey bisticciavano su qualcosa avvenuto nella loro hamburgeria preferita la settimana precedente.
Fece qualche passo e si avvicinò a Takashi, che sbocconcellava un dorayaki abbandonato da Mana in favore dei giochi di ruolo.
Lui le lanciò uno sguardo.
— Pronto, papà? Ehh… sono alla… festa di compleanno.
L’esitanza nella sua voce attirò di nuovo la sua attenzione, e con le sopracciglia aggrottate si voltò di nuovo. Michiko sembrava timorosa, incerta.
— Della bambina che ti ho detto, sì. Cosa non va…?
Takashi deglutì. Suo padre gli metteva ansia. Non temeva che lo menasse, no, ma che lo separasse dalla figlia per via dei suoi giri di amici. Non ci aveva mai riflettuto bene, ma era arrivato il momento di cadere preda di un futuro remoto e non certo. Grazie, cervello.
— P-papà, io non… Mh. Okay… Allora… vado. Ciao, papà.
Il padre riattaccò. La sua mano scivolò dal suo viso con debolezza, portando il telefono con sé prima di chiuderlo con un clap.
Michiko era bianca. Gli occhi saettavano da una parte all’altra, correndo sul muro come impazziti in cerca di una logica. Cercò di dare le spalle alla festa. L’orrore approfondiva le ombre sul suo viso.
— Kawasaki, — le poggiò una mano sulla spalla, cercando di destarla dai suoi pensieri. — Tuo padre non vi vuole qui?
Pian piano volse il capo verso di lui, e con altrettanta flemma ed esitazione negò.
— Io… è… Devo andare.
Lui scosse il capo, premendo entrambe le mani sulle sue spalle per ancorarla a sé. Appena i loro sguardi s’incrociarono, l’inquietudine in essi si placò. Come se i quieti campi di lavanda avessero suggestionato la sua mente sconvolta per riappacificarla. Aveva bisogno di calma, di silenzio. E anche di parlare.
— Credo che tu debba fidarti di me. Cosa ti ha detto tuo padre? Ti ha sgridata?
Ma lei scosse di nuovo il capo, guardando di lato e mordendosi il labbro. Esitava. Esitava ancor di più. Takashi sapeva di non poterla forzare. Pah-chin aveva ragione a dire che non puoi aiutare una persona che non vuole aiuto. Ma dannazione, voleva aiutarla così tanto.
E quando la lasciò andare, lei si voltò di nuovo e sputò fuori:
— È scattato l’antifurto. La Magnum è entrata in casa mia.
